• Gen
    01
    2002

Album

Universal

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Il Bugo è uno che ne fa incazzare molti. Soprattutto
quelli che sono in giro da un vita, la testa ubriaca a furia
di provare e smerigliare quell’assolo e sbattersi per una
serata in un locale del cazzo e bocconi amari per questo paese
di merda in cui tecnica e talento nessuno sa né apprezzarle
né a cosa servano e le canzoni vengono fuori insipide
fotocopie come i biscotti del mulinobianco e devi pure ringraziare
se in classifica c’è Ligabue pensa un po’.

Quindi, ecco che arriva il Cristiano Bugatti da Novara, tecnica
sfocata, voce approssimativa, attitudine che più sbracata
e sbilenca non si può, l’aria sufficiente e dinoccolata,
ed è capace di beccarsi nell’ordine: 1) i plausi
della critica; 2) i riflettori di emmetivì; 3) un contratto
con una sticazzi major. Non stupisce che qualcuno s’inalberi,
no?

Già perché nel frattempo il Bugo s’è accasato
presso Universal, e se in molti s’incazzano (vedi sopra) altri
– i fan della prima ora – iniziano a spandere peana mortuari,
atterriti dagli spettri di Imborghesimento e Normalizzazione.
Lui, il Bugo, se ne sbatte. Anche perché il suo terzo
disco se lo è già scritto e registrato, anzi ha
pure avuto il tempo di passare a far visita a Fabio “magister” Magistrali che
glielo ha mixato per benino. Insomma, ai suoi nuovi boss ha proposto
un pacco prendere o lasciare, e loro hanno preso. Olé.

Con tutto ciò, questo Dal Lo Fai Al Ci Sei (titolo
come al solito strepitoso) mi sembra un passo indietro rispetto
al precedente Sentimento Westernato, giusto perché in
quello si avverava colui che ritengo il vero Bugo: un’allegria
periferica, uno svacco militante, una desolazione inerme, un
lucido delirio, una smania sull’orlo di qualcosa.

In questo invece – divenuta la mestizia ruggine, trasferito
il malanimo nella metropoli – la vibrazione nera del suono racconta
sì l’impatto frontale con l’urbanità,
però in questo passaggio qualcosa si perde. Come se ci
allontanassimo dal cuore del Bugo, proprio quello che nella fumettistica
copertina arrostisce in un inferno di watt. Ci sono ancora –
come potrebbero mancare? – le invenzioni storte, le magie povere,
gli espedienti sgangherati (sonici come nel rockettone Portacenere,
sonici e testuali come nella leggiadra scelleratezza house Pasta
Al Burro
), e c’è quel trapasso di sensi che piega
progressivamente una frase verso significati contrari o alieni
(sentitevi La Mia Fiamma, Morbida Scheggia o il
singolone Casalingo).

Come valore aggiunto, s’intensifica e approfondisce l’attitudine
psichedelica, diffusa un po’ ovunque, cupissima in Nero
Arcobaleno
, cinica in La Mia Fiamma e sospesa nelle
improbabili fumosità western di Morbida Scheggia (e
che peccato aver tenuto fuori un pezzo come Sole Al Porto,
scritto per la compilation della web radio Loser…). Dove
invece ci si perde un po’ è in questo spostarsi verso
la compiutezza – come dire? – professionale, una sorta di tensione
levigatrice che nell’approdo dal farci all’esserci disinnesca
ad esempio l’arcaica abrasività di Piede Sulla
Merda
facendone uno psych blues un po’ prevedibile e
consunto, svuota l’urlo acido ma troppo quadrato di Milano
Tranquillità
, addomestica la distorsione psicotica
di Fai La Fila e in genere rischia di normalizzare troppo
la pasta sonora, a partire dalla struggente arrendevolezza di Io
Mi Rompo I Coglioni
, autentico inno allo spleen della giovane
carne disallineata.

Eh sì, un po’ erano giustificati, quei peana, anche se
non proprio di imborghesimento sembra trattarsi quanto di un
semplice slittamento stilistico. Con tutto ciò, rimane
un disco più che dignitoso, in forza del quale il terzo
fatidico scoglio può dirsi superato con una certa disinvoltura,
autorizzandoci ad attendere con curiosità ed una certa
fiducia le prossime cose. Sempre che prima il Bugo non si rompa
i coglioni

1 Gennaio 2002
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album

Bugo

Dal Lo Fai Al Ci Sei

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