• Gen
    01
    2004

Album

Universal

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Intendiamoci: anche coloro che come noi scorgono nel Bugo i geni del genio (ancorché dissimulato, disperso tra mal di schiena e torcicollo, tra cenere e birre) hanno provato talvolta un senso di smarrimento. Il Bugatti ogni tanto svacca, esagera e perché no stanca. Ma è anche vero che il suo procedere sbilenco sul filo di un equilibrio storto sulla corda al cielo di Houdini prevede, potremmo dire fisiologicamente, la caduta.

Con questa quarta fatica in lungo intitolata Golia & Melchiorre, titolo parzialmente ispirato alla via milanese dove è ubicata Bar La Muerte, dubbi e interrogativi s’infittiscono, diventano un brusio pressante. In primis, cos’è ‘sta storia dell’album doppio? Due dischi in apparenza tanto distinti e distanti, per intenzioni, sonorità, mood, ispirazione e – last but not least – taglio grafico. Non c’entrano quasi nulla l’uno con l’altro. Di più, si respingono come calamite. Raccontano tempi e spazi e persone diverse: il primo (Arriva Golia!) è elettrico-nevrotico-sintetico-indie-wave-rap, il secondo (La gioia di Melchiorre) è folk blues minimal-arcaico-intimista-visionario. Persino il taglio dei capelli del Nostro Eroe è diverso: lo troviamo inatteso (improbabile, inattendibile) emulo di Ivan Cattaneo sul libretto di Golia, e con la solita chioma (la qual cosa ce lo fa supporre più “anziano”) in Melchiorre.

Perché, dunque? Sarà per rendere più gustoso il piatto, dato che per soli 16,90 euri te li becchi entrambi e senza rinunciare ad impreziosire (giocosamente) l’oggetto-disco (non voglio rovinarvi la sorpresa, solo vi consiglio di non stracciare il cellophane come fate di solito ma di sbucciarlo con attenzione)? A tal proposito dovrebbero riflettere coloro che continuano a propinarci dischi singoli a 20 euroni e passa (clamoroso autogoal “politico”, signora Universal). O non sarà piuttosto che dietro a tutto ciò si cela – udite udite – progettualità espressiva, intenzione “artistica”? E se invece fosse la solita insensatezza dell’ineffabile Bugatti? Dubbi, insomma, che si nutrono e s’ingrassano dello/nello iato siderale che separa Golia da Melchiorre. È il caso di scendere un attimo nei dettagli.

In Arriva Golia! elettricità e elettroniche percorrono uno sgangherato binario indie sferragliante in mezzo a paesaggi dance, pop, rap e wave. Il convoglio viaggia spesso a 80, pendoleggia e rischia di deragliare, l’ispirazione si slabbra e non sempre impedisce alla demenzialità di debordare nel più gratuito dei nonsense. Qualcuno potrebbe legittimamente scambiarla per demenza, altri occhialuti potrebbero vederci una ricerca di libertà nell’ignoranza proverbiale di chi sia il Nostro, ma tant’è… Nello specifico, Carla è Franca e Hasta La Schiena Siempre sono forse i pezzi più fiacchi: il primo è un garage pop acidulo che affronta temi sociali (forse per la prima volta) con il proverbiale spirito svagato (“mi sembra facile / Ma non è così / Forse è troppo facile per me / Pollo e Bigné”), il secondo è un rap coi clappini analogici elettro-pop, ritmata macha (Tum Tum Cha Tum Tum Cha) e slang vascorossiano periodo spericolato in rima che si becca la Palma d’oro di Canne per il peggior brano dell’album (quel “Chi SPappapapacca i vetri” costringe il dito medio allo skip della traccia).

Ma non è tutto da buttare: Alleluia 1 Rep – spiritual-psych secondo Bugo e traccia tra le migliori del lotto – è un’agreste ballata urlacchiata e viva, che non sarebbe dispiaciuta al miglior Rino Gaetano; mentre Devo Fare un Brec strappa qualche sorriso pigliando verve dalle trucide rimazzate alla Beastie Boys e dal ramazzare (cori robot controcanto supergiovane ecc.) tipico dell’Elio e le sue Storie Tese. Insomma, Bugo (analogico)tecnologico, limato, ripulito, al sapor di gelato Motta, travestito, mascherato. Eppur quel figurino smarrito si ridesta piazzando una fatalista Mezz’ora prima di morire, flemmatico folk-rock nella più classica vena bughiana tra digrignamenti schiumosi di corde, armonica frastagliata, synth aeriformi e un finale flaminglipsiano. Eppoi un’atroce Caramelle, spurgo ciber-punk – Stooges meets Ultravox? – con ugola scartavetrata e chitarra elettronica di Fabio “RUNI” Bielli. Eppoi ancora una psych-ballad come Notte Giovane – emulsione sintoacustica tra organo oppiaceo, sciocchezzuole vocali, elettroniche volatili, chitarre trepide che a metà strada s’accendono – a chiudere l’album con un’accalorata passata di mano sulla fronte.

Un Altro Conato, sapido ritrattino sentimentale su disco-wave ipercinetica con tanto di ritornello Duran Duran (“Pa Pa Ra Pa Pa Pa Ra Ra”) e chitarrino Andy Summers, Il Sintetizzatore, disarmante quadratura Beck-Air col canto espettorato tra Vasco Rossi e Rino Gaetano, e Spargimento Di Sangue, delirante detective-story in ipercromatico funky-rap, completano con sufficienza la strapazzata varietà dell’insieme, rimarcando quanto ogni pezzo, in verità, sia pretesto-contenitore di trovate improvvisate che molto semplicemente partono da una strofa, o meglio da luoghi comuni quotidiani. Dunque il Bugo manichino-robot del proprio “poter essere” irresistibilmente in bilico tra parodia dei (e devozione ai) modelli, che colla vaghezza e gli esercizi di stile lascia il palato dolceamaro. Che perde un po’ quel saperci fare coi sottintesi trovando habitat nello sberleffo del luogo comune. Anche se poi quello sberleffo è un La La La che spesso vive e solleva. Più che sufficiente perché comunque divertente, diciamo un (6.6/10)

La Gioia di Melchiorre è invece, come già accennato, figlio di frugali sessioni con pochi, intimi amici. Il chitarrista blues Joe Valeriano su tutti (che d’altronde già forniva un piccolo contributo in Dal Lo Fai Al Ci Sei), ma anche Bruno Dorella e Stefania Pedretti – ovvero gli OVO al completo – più Enrico Decolle ad aggiungere quando serve una chitarra acustica. È il disco in cui il Bugo dispiana le sue malinconie più deragliate, sbuccia il cuore e lascia la polpa annerire. Impressiona questo suo cantare tremulo che più è svagato più sembra nascondere consapevolezza, un dolore in ogni capriola cazzona, quasi puoi toccarla la paura d’essere il solito guitto di passaggio tra le cose. C’è la grazia spiegazzata e naif del Beck con un piede nella tomba, un refolo del Battisti più bluesy, il gioco d’ombre arcaiche e straccione del primo Will Oldham. Il tutto tritato, mescolato e sparso sulla prospettiva periferica bughesca, che è un giocare a rimpiattino con la vita, un far finta d’accontentarsi che tanto di più il convento non passa. Lo abbiamo già scritto, ma repetita juvant: il Bugatti ha una grazia tutta sua (efficace e scanzonata) nel penetrare la figura comica e rovesciarla in tristezza. Basti la sola Rimbambito, sul filo di una sgangherata auto-denigrazione squarciata di fatalismo e spleen, ma anche il folk primordiale (chitarra-armonica) di Quando Vai Via, espettorato con veemenza da bettola nel solco di una malinconia tanto alcolica da gonfiarci un dirigibile.

Il modo di cantare è in effetti una delle novità più interessanti di questo Melchiorre, nel senso che Bugo talvolta sembra crederci davvero, preme sul plesso e spreme crudezza. Capita ad esempio in Che Diritti Ho Su Di Te?, una delle sue canzoni più “serie” (e belle) di sempre, sequela di versi aspri e indolenziti (“la mia paura è una botta sul muro/ che mi distoglie da un futuro sicuro”, oppure “il mio silenzio è una spada appuntita/ agitata in quest’aria appesantita”) affidati ad un giro armonico rude, primordiale, cui le corde aggiunte di Enrico Decolle regalano una misteriosa vaporosità.

Ma anche in Sentirsi Da Cane (folk ballad à la Black Heart Procession con ectoplasmatico e-bow di Dorella e coretto stregato della Pedretti, “noi siamo sinceri se diciamo le solite bugie”), nella dimessa apologia dell’apatia Non Mi Arrabbio Mai (armonica svolazzante e contrabbasso infeltrito di Joe), nell’ineffabile In Grado (pastorale battistiana su testo di tal Rienzo Bugatti, poeta-artigiano di Trecate, probabilissimo consanguineo del Nostro ma chi può dirlo?) e nell’iniziale Cosa Fai Stasera (folk-blues sospeso, rabbuiato, in cerca di possibilità, “potrebbe sembrare una canzone triste/ di qualche cantautore senza piume”) la sua voce sembra cercare e cercarsi, calca le parole, si spampana, insegue il mood, insomma interpreta (o almeno prova a farlo, con tenera inadeguatezza) come non gli abbiamo mai sentito fare, neppure in certi passaggi consimili di Sentimento Westernato.

Completano il quadro una sorprendente Guardo Su (agrodolce ballatina impreziosita dalla slide di Valeriano), la sbrigliata e sbrindellata Se Avessi 50 Anni (cantata a due voci con Joe, “se avessi 50 anni, lancerei le bombe/ con dentro il carnevale”), l’arcaica Iperblues 2 (nomen omen, al sapor di riempitivo) e l’impagabile Alleluia, ovvero come negare al blues – ridicolizzandola, disinnescandola – l’ultima sua atavica spiaggia, vale a dire la Scorciatoia Per Dio. Un Bugo come sapevamo possibile, che intuivamo, ma di cui ci sorprende l’intensità, l’austerità, l’entusiasmo semplice di chi lascia scorrere su nastro un entusiasmo non mediato. Su questo versante – acustico, malinconico, amarognolo, essenziale – possiamo parlare del suo capolavoro, e non ci sarebbero problemi a spendere un 8,2/10.

Però, però, però: questi dischi stanno insieme, confezionati e allacciati sotto l’egida di uno stesso titolo (con buona pace dei sottotitoli). Per cui dobbiamo trattarli come fossero uno, e inevitabilmente si torna ai dubbi di cui sopra. I quali, con sfacciata partigianeria, azzarderemmo a risolvere ipotizzando così: La Gioia Di Melchiorre sarebbe il vero quarto disco del Bugo (probabilmente composto e realizzato prima del Golia), ma la occhiuta Universal, una volta auscultato avrebbe detto picche, non s’ha da fare, bello quanto vuoi amico però così com’è non vende un cazzo. E qui entrerebbe in ballo Arriva Golia!, buttato giù in quattro e quattr’otto (il che giustificherebbe certi passaggi a vuoto, soprattutto sul versante dei testi) senza altresì rinunciare a piazzare qualche bel divertissement genialoide, così tanto per gradire. Oppure, anzi più probabilmente, il buon Cristian avrebbe confezionato il doppio pacco proprio per prevenire i niet dei discografici, in modo da lasciarli sconcertati e impotenti di fronte a tanta succulenta sfacciataggine. In un caso o nell’altro, Golia sarebbe lo specchietto per le allodole, il cavallo di Troia, la “carota” ipervitaminica in virtù della quale possiamo gustarci il frondoso “bastone” di Melchiorre. Ipotesi balzana, mi rendo conto. Ma è pur sempre col Bugo che abbiamo a che fare, uno che è successo di tutto e può succedere di tutto. Uno che senz’altro ne riparleremo.

Quanto al voto complessivo, non ci resta che far media.

1 Gennaio 2004
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