Recensioni

6.8

Dietro a Dead Saints Chronicles, oltre al curioso punto di vista di David Solomon (autore di un libro omonimo al nuovo EP di Burnt Friedman), ci sono angolature che si vorrebbero ancestrali, primigenie, etnoaltre. Eppure spesso sono memorie o occidentalizzazioni riadattate. Avventure riportate e non fatte in prima persona.

Più che Near Death Experiences (esperienze di aldilà in vita, alla base del resoconto di Solomon) ci sono aggiornamenti della vicenda quartomondista, ossia dell’epopea di Jon Hassell e affini (vedi l’ottima compilation Miracle Steps della Optimo): affini nel senso di chi condivide i confini, come direbbe Viveiros de Castro, più che mai attuale nel capire il vizio di forma di chi guarda a ritmi lontani (in tempo e spazio) senza per questo capire quanto è prezioso ricevere un ritratto di ritorno – e imprevisto.

Nel ritorno alla realtà (dall’ultramondo e dall’altro mondo) c’è la vicenda individuale di Friedman, in un EP di solo ritmo che leggiamo come un omaggio al dipartito Jaki Liebezeit, il cui stile batteristico (perso nei “future days” del passato) torna in più punti (così come tornava il kraut nelle elaborazioni mentali di The Inheritors di Holden, vedi la finale Repentance). Ci sono anche i gamelan indonesiani dietro Near Life, in una versione geometrica, ma se le geometrie di Bali sono variabili, imprendibili, teatrali, qui sono ripercorribili come in un ingranaggio. In Acroagnosis le strutture angolari accolgono gong e campane orientali ma si trascinano un po’ per le lunghe sul finale.

Il risultato è prezioso, è più qui che là (o di là), più di quanto si vorrebbe (meno per esempio del primo lavoro di Gala Drop, per citare un precedente apprezzato). Non è necessariamente un male, ma una narrazione di cui tenere conto.

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