Recensioni

In questo periodo di recrudescenze pandemiche e di misure sempre più restringenti, che sembrano colpire con particolare accanimento il mondo delle musica, della cultura e dello spettacolo, è inevitabile che salga un po’ di rammarico di fronte alla recente uscita di due dischi così ricchi di groove come quelli che andiamo a trattare. Perfettamente inserite nel solco della black-music più elettronica e insieme grassa, morbida e sensuale, entrambe le release sono in realtà l’esordio di due artisti che però possiamo tranquillamente definire veterani.

L’americano Byron, the Aquarius si muove con classe tra virtuosismi jazz, influenze hip-hop, spezie latine e le atmosfere calde e sensuali dell’house più soulful, mentre il produttore dell’intero album, il luminare Jeff Mills, porta in dono sentori liquidi e afro-futuristici che donano ad Ambrosia maggior spessore e fascino. Apre le danze (e non avrebbe potuto esserci espressione più azzeccata) una New Beginning che pare inventarsi una versione contemporanea del miglior Roy Ayers. Verso un jazz molto smoothy si orienta anche la successiva Edgewood Ave, impreziosita dagli strepitosi assoli di tromba, strumento che torna centrale anche nella crepuscolare cavalcata r’n’b di Space & Time. La seconda parte dell’album propone una serie di riletture dei cinque brani originali, tra strumentali e mix differenti, tra cui spicca soprattutto l’ottima versione (non proprio) dub di Timeless. Ambrosia non propone grandi innovazioni, ma affronta con straordinaria maestria una materia sonica che è, esattamente come anticipato dal titolo, nettare divino per orecchie e sinapsi. (7.0)

L’italiano Kisk arriva all’esordio dopo una lunga militanza tra le consolle di Londra e Milano e soprattutto dopo l’ottimo lavoro come label-manager dell’etichetta (e collettivo) Apparel Music: esattamente come nelle uscite della sua pregevolissima (e rigorosamente anonima) crew, il dj e producer muove da coordinate house per svariare su tutto il fronte della black-music tutta. Attraverso undici tracce, Kisk sviluppa il concetto di Jazzyness che dà il titolo al disco: un’attitudine di inesauribile curiosità sonica e di sana tendenza all’improvvisazione, l’implacabile necessità di spiazzare l’ascoltatore, senza mai perdere il senso del ritmo. Esemplari, tra tutte, l’iniziale Apple Moon (un frizzante breakbreat impreziosito da un gusto sampledelico indeciso tra la New York degli anni quaranta e la Cuba del Buena Vista Social Club), l’irresistibile e coloratissima cavalcata disco di African Dream e l’avvolgente groove, in bilico tra soul psichedelico e balearic-sound, di Jazzy Time. Non manca una potenziale hit come la fulminante Phunkadelik, mentre il vero singolo (pubblicato anche in versione singolo con una manciata di remix che lo rendono perfetto per quasi ogni dancefloor, dal più fumoso e malfamato al più lussuoso e raffinato), affidato alla splendida ed esperta voce di una leggenda come Robert Owens, non può che essere un perfetto affondo di sensualità house.

Non sbaglia un colpo dunque Kisk, arricchendo ogni brano di qualche pregevolissima sciccheria, siano il basso iper-virtuoso che sorregge Moodygirl o i campioni di soffuse batteria jazz che, alternati ai beat synthetici, donano a Control Safe una vivace imprevidibilità. Proprio tale traccia apre il trittico conclusivo, in cui i toni dell’album si fanno più scuri, influenzati dall’hip-hop e dopati (la lunga Break Yourself incrocia il Luke Vibert più stonato con l’eleganza del duo K&D). Jazzyness è un monolite di groove: sessantasei minuti di assoluta perfezione e commovente visione d’insieme dell’universo black. (7.4)

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