• ott
    07
    2016

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Fat Cat

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Un’enorme carezza che profuma di vaniglia e casa, di cuscini stropicciati in attesa di un lungo sonno dopo notti di lavoro incessante. Il secondo disco dello scozzese Christopher Duncan, sulla scena musicale col moniker di C Duncan, sembra attenderci sulla soglia della nostra bedroom, tenderci un braccio e un sorriso prima dell’agognato abbandono. Duncan, classe 1989, è il classico musicista di conservatorio talentuoso e attentissimo ai dettagli, che ha deciso di divertirsi con registrazioni casalinghe ed elettronica lo-fi dal sapore dolciastro. Un processo di composizione e registrazione che si è fatto vero e proprio isolamento; come un Robinson Crusoe dream-psycho, il giovane Duncan si è ritrovato a combattere una solitudine fatta di escursioni armoniche e synth ovattati, di schegge pop sfocate e copiose armonie beate e ipnotizzanti.

Il debutto con Architect, acclamato da critica e pubblico, non solo aveva portato una bella ventata di aria fresca nella scena electro-pop inglese con quelle sfumature a cavallo fra Fleet Foxes e Grizzly Bear, ma preannunciava qualcosa di speciale, di importante. A distanza di un anno, arriva The Midnight Sun, ispirato allo show televisivo The Twilight Zone (da noi meglio noto come Ai confini della realtà): «Sapevo di volere un album che avesse più di un tema, cosa che Architect non aveva avuto. Ho sempre avuto un’ossessione per The Twilight Zone – quelle storie così strane, le atmosfere spesso minacciose, e l’estetica stilizzata. Non importa quanto le storie di ogni episodio possano essere diverse, c’è una forte atmosfera che guarda a ogni episodio e li lega tutti insieme. Ho voluto catturare quell’atmosfera e creare qualcosa che fosse come un’antologia nello stile della serie, nel quale tutte le tracce fossero legate insieme stilisticamente senza fare un grande disco concettuale», ha confessato Duncan.

Il disco, che deve il titolo a un episodio della terza stagione della serie TV, come il precedente è stato registrato e prodotto interamente da C Duncan nel suo appartamento di Glasgow, usando la camera da letto come studio e aggiungendo gradualmente ogni strato sonoro e ogni strumento. Nonostante richiedesse molto tempo, il processo gli ha permesso di assemblare con cura una collezione importante di canzoni, brani che hanno poi ricevuto un enorme sostegno da parte di 6Music e del Guardian, facendogli guadagnare una fanbase riflessiva e attenta. «Verso la fine della registrazione di Architect, le mie capacità di produzione avevano fatto progressi, e volevo metterle alla prova con un altro disco. Sono ancora molto convinto che lavorare da solo a casa sia il modo migliore per creare musica – almeno per me. Ho aggiornato la mia attrezzatura casalinga per The Midnight Sun per dare un suono molto più pulito. A differenza del primo disco, che era un grande mix di generi diversi, il nuovo album è molto più coerente e conciso dal punto di vista sonoro..».

Con quelle sue melodie pastorali, le armonie stratificate e nuvolose, il giovane Duncan si stava solo preparando ad entrare nel mondo dei professionisti del laptop, lui che professionista lo è già ma in campo classico. The Midnight Sun porta con sé il sound angelico del debutto, ma lo rende più lucido, concreto e dinamico. Il suono sprofonda nei synth, così controllati e scientifici che il rischio di una certa ripetitività è dietro l’angolo, ma l’afflato sognante e suggestivo che Duncan riesce a imporre all’album lo salva da vortici di banalità e approssimazione. Se in Nothing More Duncan regala un invito all’estasi religiosa, un lavoro certosino di stratificazioni da messa della domenica mattina, in Like You Do unisce il sound spaziale anni Ottanta, e i suoi onnipresenti synth, a percussioni accelerate e centripete. La psichedelia fosca e frastagliata di On Course confonde e frastorna, con quel modo di tenere la voce à la Cocteau Twins, i rumorismi da paranormal electro-pop: se siete fan di Stranger Things e avete apprezzato la colonna sonora, o meglio il sound dei S U R V I V E, questo è il brano perfetto per addormentarsi senza incubi e sentirsi comunque un po’ Eleven. L’estasi acustica e minimale della splendida Do I Hear? o il bozzetto glitch à la Toro Y Moi di Jupiter offrono ottimi esempi di grazia compositiva e perfetto equilibrio tra elementi dream pop, strumentazione acustica e armonie corali.

L’estetica dell’artista da cameretta, ritrovata altrove grazie a musicisti come Ariel Pink o R. Stevie Moore, viene finalmente legittimata anche grazie a un disco come The Midnight Sun, che fa della semplicità delle proprie melodie un punto di forza; non compaiono strumentazioni inutili e sovrapproduzioni fantasiose, è tutto ridotto all’osso, sognante e incantevole. Pronti a chiudere gli occhi e ad abbandonarsi a un bel sogno, senza sensi di colpa, senza sveglie programmate. Così è (se vi pare).

10 Ottobre 2016
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