Live Report

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In sintesi la si potrebbe raccontare così: Caetano che allarga a una parte del suo sconfinato repertorio lo scacco Transambas/Transrock dell'ultimo Zii e Zie (leggete la recensione se già qui non ci avete capito nulla). Ovvero quel ponte geografico tra il Brasile e l'Occidente che diventa un ponte temporale e quindi assoluto, nonché una dichiarazione d'intenti riguardante non solo il presente ma una carriera tutta.

In pratica, lo dicevamo sopra, l'ennesimo slancio modernista di uno che del deltaplano (unico elemento presente in scena dietro la band) ha la stessa lievità aeriforme e curiosa ma anche il rigore di traiettorie studiate nel dettaglio. E allora A Voz do Morto, Maria Bethânia (splendida e tesa, per l'occasione dedicata al drammaturgo Augusto Boal), Força Estranha di Roberto Carlos, A luz de Tieta, addirittura Volver di Carlos Gardel per chitarra-basso-batteria più una saltuaria acustica suonata dal titolare e un rhodes talvolta gocciolante luce.

Sul palco la Banda Cê formata da Pedro Sa alla chitarra, Ricardo Diaz Gomes al basso e Marcello Callado alla batteria è la prosecuzione vitalistica ed elettricamente satura della voglia del cantautore brasiliano di ricongiungere, non all'origine ma ancora una volta nel futuro, i mille rivoli di una poetica che da sempre ha trasformato il passato in un'onda da cavalcare verso il domani. E così, eccellente stato di forma a parte, viene sempre più difficile spiegare come un uomo di sessantasette anni riesca a condurre con ancora tale freschezza una carriera strabordante di innovazioni e meriti. Da noi quelli della sua età li usano quasi tutti per il revival in prima serata o per la santificazione sine qua non; lui invece mette quasi a metà della scaletta una A base de Guantánamo che è tradizionalismo carioca, blues cosmopolita, vellutato rumorismo e soprattutto fendente diretto a quanto accaduto in questa parte di mondo negli ultimi quindici anni. Una specie di lezione su come si debba scrivere oggi una canzone che sia politica non solo nelle liriche da parte di uno che politico lo è da sempre in tutto ciò che fa.

Tra l'altro, a proposito della scaletta: altri tipi di pubblico avrebbero reagito storcendo il naso ad una setlist che evita del tutto l'antologismo in salsa brasileira e si concentra invece sull'acidità prismatica delle prove più recenti. Ma Veloso il suo di pubblico l'ha educato. L'ha educato prima di tutto a (in)seguirlo, volando con lui su quel deltaplano che solo scartando di lato, verso direzioni davvero oblique, riesce a stare sempre lassù in aria.

25 Luglio 2010
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