Recensioni

7.2

Da intimo conoscitore dei misteri del blues, Tim Rutili sa lasciarsi trasportare. Conosce bene il modo per far sì che, talvolta, sia il caso a determinare le scelte. Nello specifico, il nuovo disco dei Califone – che vede la luce tre anni e un cambio di etichetta dopo l’ottimo Roots And Crowns – contiene musica destinata ad accompagnare un omonimo film scritto e diretto dal Nostro, che verrà presentato nei festival del cinema il prossimo anno. A prescindere dall’avventura dietro la cinepresa (sperando che se la cavi meglio di Neil Young…), rileviamo quanto le tredici composizioni di All My Friends Are My Funeral Singers si reggano in piedi da sole pur percorrendo sentieri già noti.

Sai dunque cosa aspettarti da questa banda di spostati romantici: i Rolling Stones che impastavano zolfo e country all’altezza di Beggar’s Banquet (Buñuel, Salt) e i Beatles dell’Album Bianco (spruzzati d’umori Byrds in Polish Girls); l’ondeggiare imbottito di codeina da prime ore del mattino (1928, la scheggia westcoastiana Evidence) e le melodie malinconiche ma finemente epiche (Krill, Ape-like). Persino la sorpresa di un trip-hop splendidamente zoppo ed eseguito con piglio rock come Giving Away The Bride, piazzato in apertura a confondere le idee e qualche episodio eccessivamente simile a cose già proposte in passato.

Ritrovi comunque la cura per il dettaglio (i tappeti percussivi fitti, tribali; le chitarre memorizzate dai migliori Franklin Delano) e il pennino intinto in folk e dodici battute allo scopo di trasfigurare entrambe. Che poi è, in definitiva, ciò che accade dai tempi di John Mayall e degli Animals: bianchi proletari che rileggono – appropriandosene – le radici nere e vi trovano l’origine della sofferenza umana, giustappunto quel blues che ci segue dalla nascita. L’ennesimo mattone posato con stile oramai classico su una via infinita.

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