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7.5

La prima impressione ascoltando Quicksand/Cradlesnakes, quarta fatica per i chicagoani Califone, è la naturalezza espressiva, come se infine la fruttifera collusione tra suono analogico ed espedienti sintetici – preponderante in linea obliqua attraverso generi e geografie attuali – abbia superato la fisiologica fase ludico/sperimentale a tutto vantaggio di una maturità formale ed espressiva che sale dai diffusori con l’inappellabile persuasività di un aroma genuino. Viene abbastanza automatico ripensare a quanto prefigurato lo scorso anno ad esempio da Wilco e Beck, ma in questo caso ben più additabile mi sembra l’ottimo quanto misconosciuto Thought For Food dei Books, misticanza di particelle musicali-ambientali cucite in un patchwork ad alto tasso tecnologico, e perciò straniante caleidoscopio sentimentale, lanterna magica di flash mnemonici nelle cui spire il pur trepido quid poetico delle tracce finiva quasi per soccombere.

Non mi sembra affatto fuori luogo considerare quello l’embrione stilistico, avanguardistico e intransigente, ancora tremante per la fresca concezione, di ciò che qui sboccia invece libero, compiuto, immediato, veicolando altresì sensazioni calde e vibranti come certi take in presa diretta alla Giant Sand (tolta l’estemporaneità militante), segnando il punto con l’intensa genuinità del miglior Lou Barlow (ma vi prego non parliamo di lo-fi). Del resto, la mappatura genetica dei due leader Tim Rutili e Ben Massarella è di quelle che reclamano rispetto, ben più lunga e complessa di quanto fama non dica, punteggiata da tappe significative quali Red Red Meat e oRSo. Almeno tre lustri insomma spesi nel segno della riconciliazione tra le lunghe implicazioni del passato e l’urgenza del presente, inizialmente dibattendosi tra gli stridori del grunge ed il caldo respiro del blues, via via allargando lo sguardo al folk-roots e alle possibilità della moderna incantatoria elettronica.

Il risultato quindi è un disco dalla forte vena folk blues – con tutto il necessario corredo di flagranza “suonata”, dalle corde di ogni ordine e grado ad un pianoforte cristallino, dalle mille calligrafie percussive agli ondeggianti panneggi di tastiere – disinvoltamente sottoposto a meticolosa quanto organica post produzione in termini di stratificazione sintetica e cut-up. Anziché trasudare artificiosità, questa sorta di doppio piano formale riesce nel miracolo di amplificare le potenzialità espressive proprio mentre scompare alla vista, assorbito nella tessitura, ad essa perfettamente funzionale. Se aggiungiamo che la scrittura vive momenti di autentica grazia gospel-soul (la struggente ed iperstrutturata Horoscopic. Amputation. Honey, oppure la sciamanica (red)), country alla fine del mondo (l’ineffabile Million Dollar Funeral, la toccante Michigan Girl), sanguigni paesaggi sudisti (la serrata Your Golden Ass, l’epica insidiosa di Mean Little Seed, le dilatazioni emozionali di When Leon Spinx Moved into Town e Slower Twin) quando non felici scorci pop-rock (Vampiring Again), le coordinate di questo disco rischiano di portare direttamente dalle parti del capolavoro.

Ma, sapete cosa vi dico?, non ne siamo poi così lontani.

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