Recensioni

7

Il difetto più grosso dei Califone fin dai loro primi passi – cioè dalla fine dello scorso secolo – è stata una certa indeterminatezza, un muoversi sparso e accorto tra tremori roots e sperimentazione post, che a gioco lungo non li ha resi riconoscibili quanto invece avrebbe meritato il loro talento. Eppure proprio questo stare in mezzo a tante cose imprecisate è il motivo per cui oggi, giunti al settimo album, Rutili e compagni suonano integri, intensi, persino godibili, capaci come non mai di spacciarti complessità per leggerezza, e viceversa.

Dieci pezzi che procedono tra crepuscoli di tenere inquietudini elettroacustiche (la diversamente wilchiana Moonbath.brainsalt.a.holy.fool, il disincanto sornione e rapito tra miraggi floydiani di We Are A Payphone), switchano con paciosa disinvoltura tra fregole motoristiche (l’agrodolce Frosted Tips, la robo-psych minimale di A Thin Skin of Bullfight Dust), liberando spesso e volentieri un afflato melodico deliziosamente obliquo (una Magdalene che ciondola dolciastra tra Gram Parsons ed Elton John, quella Moses che stropiccia solennità cinematica come una plausibile via di mezzo tra M. Ward e Roger Waters).

A volte ti sembrano i cuginetti timidi dei Flaming Lips, altrove dei Neutral Milk Hotel sonnacchiosi, oppure dei Wilco che non si decidono a zompare fuori dal laboratorio alchemico. In ogni caso, è sempre un ascolto che nasconde il germe della sorpresa. Tastiere, sax, armonica, sintetizzatori, chitarre scorticate, slide lumacose: tutto può accadere e infatti accade, evitando con cura il clamore a vantaggio di una terapia di vibrazioni lunghe e amniotiche (la quasi eniana Turtle eggs/an optimist),  tra vecchie carabattole e modernità (Movie Music Kills A Kiss). Al solito, è poco probabile che lascino un segno profondo nell’immaginario collettivo. Ma, ancora una volta, bravi.

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