• Ott
    01
    2012

Album

Columbia Records

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Non deve stupire se Calvin Harris prima lo selezioniamo nella summer compilation mainstream e poi finiamo in sede di recensione per dirne tutto il male possibile. La compilation estiva rappresenta la classica selezione goliardica che sporge la testa oltre il davanzale ad osservare cosa succede "fuori", a scorrere i pezzi con la massima spensieratezza senza spendere tempo in analisi o solidità di stile, aspetti sotto i quali invece la preferibilità della musica del soggetto in questione crolla miseramente. Ed è qualcosa che in Harris si è accentuata soprattutto in tempi recenti, perché in fondo il primo album I Created Disco riusciva ancora a mantenere una propria dignità, grazie soprattutto all'autoironia e all'esplicito richiamo dei meccanismi classici di catalizzazione dance ereditati dai 70/80.

Ora invece è tutto diverso. Lo scozzese ha furbamente assorbito lo spirito di quelli con cui condivide i piani alti della DJ Mag top 100 (quest'anno ha raggiunto il 31° posto) e ha gettato il solito fumo negli occhi con un album alla David Guetta, pieno di collaborazioni illustri e singoli già di ampio successo, dandosi con convinzione nella trance, che non è solo il genere che storicamente s'è svenduto ai meccanismi commerciali peggio di tutti gli altri, ma anche l'unico col quale puoi ancora produrre un pezzo piatto come pochi e riscuotere comunque gli applausi degli affezionati della scena. Che poi è proprio il caso di Bounce con Kelis – giro melodico di sconfortante monotonia, n. 2 nella UK chart – e di Sweet Nothing, cordiale ma banale nella struttura, con in più il demerito di ridurre Florence Welch ad anonima voce femminile di genere.

Con dieci featuring eccellenti su tredici brani veri totali c'è poco da discutere sulla nuova piega stilistica dell'autore, dell'happy pop di Feel So Close (una manna per radio e negozi d'abbigliamento) o della scelta electro house di Awooga (il modo più facile per far massa in un album dance). Come sempre in questi casi contano i nomi e l'immagine adottata, e la scelta di un profilo danzereccio così povero di spunti e omologato a schemi vecchi di dieci anni (Drinking From The Bottle, Let's Go) non fa altro che rivolgersi sulle file di ascoltatori meno esigenti e caratterizzate da una fruizione di massa e "ignorante" (ci scusino i fan ma è così: qualsiasi altro dance act disponibile oggi, compresi Deadmau5, Zedd o Madonna, offrono energie e stimoli più solidi di 18 Months).

Mettici anche il brutto di vedere artisti di differente estrazione che rinunciano ai propri caratteri distintivi per appiattirsi sullo stile imposto (I Need Your Love e We'll Be Coming Back, prove di carisma fallite per Ellie Goulding ed Example) e le delusioni si accatastano. Alla fine gli unici a fare una minima figura sono Rihanna (la hit We Found Love sarà anche facile e leggera, ma almeno la popstar tiene le redini di stile sui binari a lei funzionali) e Dizzee Rascal (l'unico che in Here 2 China è capace di mettere all'angolo Calvin Harris e far valere senza compromessi il suo grime inossidabile). Ma non bastano a tenere a galla una barca in cui tutti sembrano volersi fiondare sul fondale per vedere l'effetto che fa. Tanto il risultato si sa già: vendite alle stelle e sorrisi da ogni parte tranne che dalla critica. In quella condizione da summer compilation di cui sopra ci vive mezzo mondo, e questo disco se lo meritano tutto.

5 Novembre 2012
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