Recensioni

Verso la metà di Quasi famosi c’è una sequenza che descrive perfettamente il punto di vista che il regista e sceneggiatore Cameron Crowe, accusato di aver avuto una prospettiva troppo edulcorata degli anni Settanta, ha adottato per il suo semi-autobiografico film. Il quindicenne William Miller (l’allora esordiente Patrick Fugit) sta cercando disperatamente di impostare una prima bozza dell’articolo sui fittizi Stillwater commissionatogli dalla rivista Rolling Stone (la band è ricalcata sul modello degli Allman Brothers e dei Led Zeppelin, con brani originali composti da Nancy Wilson delle Heart). Dato che condivide la stanza d’albergo con alcune scatenate aiuta-complessi (delle groupie particolari), il ragazzo si è nascosto in bagno per godersi un minimo di tranquillità, comodamente seduto nella vasca e ricoperto di polaroid e post-it raccolti durante il tour. D’un tratto entra nella stanza Penny Lane (Kate Hudson), colei che l’ha trascinato nei piaceri e nelle crudeltà del mondo della «musica delle droga e del sesso libero». Discutono perché Penny non sembra voler rispettare la promessa fattagli in passato: intraprendere un viaggio in Marocco per fuggire dal sogno e tornare nel «mondo reale». All’improvviso irrompono nel bagno le altre groupie, intenzionate a far perdere a Will la verginità; dopo averlo trascinato sul letto, iniziano a spogliarlo e a danzargli intorno. In quel preciso momento Crowe rallenta il tempo, inserisce lo splendido score originale della Wilson (all’epoca sua moglie) e mette in successione i primissimi piani sui grandi occhi di Fugit e su quelli provocatori della Hudson.

Certamente appare inedito che il protagonista di una storia del genere sia un critico musicale (il «nemico»), ma risulta ancora più interessante l’atipicità con cui Quasi famosi è stato impostato in quanto coming of age, le cui fattezze sono nascoste dietro quelle di una più classica commedia roadmovie con sfumature musical. Proprio perché Will registra ma non partecipa quasi mai ai numerosi “incidenti di percorso” che costellano il tour degli Stillwater (LSD, Qualude, tradimenti, scommesse, promiscuità, litigi, scosse elettriche, turbolenze aeree…), il viaggio del protagonista è a tutti gli effetti il viaggio di uno sguardo, brillantemente vergine e incantato, attraverso il quale Crowe ricorda sé stesso e filtra la sua memoria; il regista è stato infatti scrittore sia per Rolling Stone che per Creem, l’altra rivista omaggiata ripetutamente dal film con la presenza del leggendario Lester Bangs (Philip Seymour Hoffman). Quando da piccolo William legge il biglietto d’addio lasciatogli dall’amata sorella interpretata da Zoey Deschanel («Ascolta Tommy [l’album degli Who, ndSA] e vedrai davanti a te il tuo futuro»), fa sorridere pensare che quello che seguirà “non sia il futuro” ma un passato già concluso, in grado di tornare solo attraverso il sogno o il ricordo mai oggettivo di chi l’ha vissuto; nel film infatti non si respira mai l’aria di un «mondo reale». Così, pur essendo sfacciatamente ottimista e destinato all’happy ending come nella miglior tradizione del cineasta, il film è avvolto da un velo di malinconia, inspessito ancora di più da un periodo musicale (1973) che lo stesso Bangs definisce con ironica presunzione «il rantolo della morte del rock» (probabilmente riferendosi all’esaurirsi della forza della contestazione).

Ma il fascino di un coming of age è vedere quanto e come i suoi personaggi riescano a crescere, ad uscire da un insoddisfacente status quo mettendosi nella posizione di agire per sé stessi (e questo rende Quasi famosi in linea con i famosi adulti “perdenti” di Crowe, da Jerry Maguire in poi). William non è solo “la macchina da scrivere” con cui il regista ricrea il suo passato, dato che possiede uno scopo da perseguire che va oltre l’autobiografia. La sua apparente inattività nasconde la spasmodica ricerca di una guida, con i tratti di un ideale Atticus Finch de Il buio oltre la siepe in versione rocker anni Settanta (la citazione al libro di Harper Lee si trova anche nei titoli iniziali, la cui composizione è simile a quella della trasposizione cinematografica). Pur mai dichiarato esplicitamente, il ragazzo soffre in parte la mancanza di una figura paterna, un possibile deterrente per le paranoiche costrizioni di una bizzarra madre incapace d’affetto (Francis McDormand) che ha permesso alla figlia maggiore di scappare senza rimorsi. È per questo motivo che la ricerca porterà Will verso gesti plateali, talvolta imbarazzanti, che magari hanno poco a che fare con la durezza del rock ma non con lo «sballo» dell’adolescenza; d’altronde si tratta del regista che ha esordito alla fine degli anni Ottanta con Non per soldi… ma per amore. E il fine potrà sembrare quello di conquistare l’amore della proto manic pixie dream girl Penny o di guadagnarsi la fiducia del chitarrista «dio dorato» Russell Hammond (Billy Crudup). In realtà, la cosa più importante per William sarà prendere fiducia nelle proprie capacità.

Se all’inizio Lester Bangs “non vede la contestazione” in Will, più per l’aspetto da «sfigato» che per l’età, di lui riconosce senz’altro la passione, quella fiamma che ti brucia dentro «quando si ama così profondamente una canzoncina o un gruppo da stare male» (come dice la groupie Sapphire di Fairuza Balk). Implicitamente polemico con la critica al servizio «dell’industria del più figo», Quasi famosi è anche un divertito e divertente inno all’essere fan ed è in tale frangente che si può capire quanto Crowe non sia solo un ottimo sceneggiatore, come tutti tendono a ricordare anche per le opere meno riuscite. Specularmente alla passione “raccontata a parole”, il cineasta di Palm Springs riesce magnificamente a impostare, coordinare e mescolare quella “descritta dagli oggetti” (riviste, polaroid, appunti, schizzi, strumenti, occhiali, abiti, mobili, gioielli…) con quella “rappresentata dalla musica e i suoi testi” (Elton John, Simon & Garfunkel, Rod Stewart, Black Sabbath, Cat Stevens, Jethro Tull, Joni Mitchell, The Stooges, Lynyrd Skynyrd, The Beach Boys, Fleetwood Mac, David Bowie, Neil Young…). Questo è uno dei suoi pregi più grandi, saper valorizzare una storia classica con l’uso appassionato e vitale dell’elemento scenografico e musicale; basti pensare al grunge di Singles – L’amore è un gioco (in cui fecero una comparsata Eddie Vedder, Chris Cornell e Layne Staley), alla playlist da viaggio on the road di Elizabethtown (creata dalla prima vera MPDG, il personaggio di Kirsten Dust), all’onnipresente voce di Jònsi ne La mia vita è uno Zoo o alla musica tradizionale di Sotto il cielo delle Hawaii.

«Tangerine, Tangerine, living reflection from a dream / I was her love, she was my queen, and now a thousand years between / Thinking how it used to be / Does she still remember times like these? To think of us again?» canta Robert Plant mentre il tour bus degli Stillwater prosegue il viaggio verso un caldo tramonto, a chiusura di un sogno destinato a svanire nel momento esatto in cui si decide di tornare al «mondo reale». Per fortuna esistono film come Quasi famosi che il sogno continuano a raccontarlo, mettendolo a disposizione di tutti coloro che non vogliono smettere di usufruirne.

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