• mar
    01
    1958

Giant Steps

Blue Note

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Ispirato dalla stazza piuttosto ingombrante del sassofonista americano – ma mutuato da un “cannibal” sinonimo di voracità particolarmente sviluppata -, il soprannome “cannonball” ha sempre rappresentato una sorta di biglietto da visita per Julian Adderley, oltre che un’involontaria chiave di lettura per il suo stile. Quest’ultimo ben radicato in un ingorgo di note compresse e perennemente in procinto di esplodere, con un sax tutto impeto fisico e rapidità di fraseggio. Più o meno ciò che si ascoltava da un certo Charlie Parker in tempi non sospetti, di cui non a caso il Nostro farà le veci in una New York di fine anni cinquanta orfana dei virtuosismi di un “Bird” già passato a miglior vita.

Ed è proprio in quella New York che nasce anche Somethin’ Else. Più che un disco, una parata di all stars colte un attimo prima della consacrazione definitiva. Alla tromba c’è Miles Davis, con in testa l’idea meravigliosa del cool ma ancora disponibile a fare da gregario; alla batteria quell’Art Blakey che dimostrerà di lì a poco tutto il suo valore con i Jazz Messengers; al piano e al contrabbasso rispettivamente Hank Jones e Sam Jones, session men di lusso provenienti il primo dalla big band di Benny Goodman e il secondo dai Jazz Prophets di Kenny Dorham. L’anima del disco, comunque, sono loro due, Adderley e Davis, e con loro la diversa concezione di suono che si portano dietro. Il primo a stento frenato in uno sbrodolare di note e scale rapidissime, il secondo impostato oltremisura con la sordina dello strumento a dipingere scenari di un’eleganza d’altri tempi. L’hard bop che scende a compromessi con il cool e il risultato sono brani strutturati e fascinosi come l’introduttiva Autumn Leaves.

Il tema, in questo caso, lo annuncia con un certo orgoglio il trombettista – primo segno evidente di un ruolo che sarà tutt’altro che marginale all’interno del disco – in un distendersi di note che ricorda le malinconie di Chet Baker ma Birth Of The Cool fino al midollo. Col sax che entra solo in un secondo tempo, quasi intimorito, sull’onda di qualche svolazzo coerente, comunque, con il mood minimale del pezzo. Sarà molto meno rispettoso in quella Somthin’ Else scritta dallo stesso Davis che troviamo a metà scaletta e da cui emerge tutta l’adrenalina rinchiusa in un ottone palpitante che pennella con vigore, pur non raggiungendo i picchi di dischi come Mercy Mercy Mercy. Del resto siamo nel 1958 e non nel ’66 e la scena jazzistica newyorkese sta per abbandonare il bop per buttarsi nel rigore della coolness. Davis lo sa bene e decide di spiegarlo anche a Julian. Interpretando una Love Sale di Cole Porter sul filo dell’essenzialità, con un Blakey su di giri che si improvvisa tribale e al tempo stesso disegna ritmiche personalizzate ad ogni cambio di registro: crepuscolari o rumorose, a seconda del solista che si alterna alla guida. Il piano di Hank Jones cura l’intro e la cornice armonica mentre il basso di Sam Jones fa il paio con le percussioni, in un tutt’uno che entusiasma senza strafare. La One For Daddy-O scritta dal fratello di Adderley è un soffiare continuo di ottoni in chiave blues in cui anche Davis trova il modo di elaborare qualche parentesi scoppiettante mentre Dancing In The Dark è la tipica melodia notturna e “piaciona” dove i solisti possono dar prova di gusto e classe. Il disco finirebbe qui, ma nella ristampa in CD, a fine corsa, ci si imbatte anche nel notevole be-bop della Bangoon scritta da Hank Jones, in cui ci si diverte parecchio e dove si assiste a un pari e patta nella sfida tra i due contendenti. Diversa conclusione, del resto, non ci si poteva aspettare.

1 novembre 2009
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