• ott
    06
    2014

Album

City Slang

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Quindi Caribou, dopo essersi immerso in nuove eccitanti correnti elettroniche, trova l’amore e chiude idealmente un cerchio con Start Breaking My Heart, l’esordio del 2001. Dall’elettronica gentile si parte e qui si ritorna, maturati, distanti mille miglia eppur così tremendamente se stessi.

Da quell’esordio all’insegna di ritmi e colorate melodie strattonate da più parti, eppure così rotonde, matematiche e jazzy, di acqua ne è passata. C’è stato un tuffo carpiato negli anni ’60, una Londra che gli ha regalato amicizie come quelle di James Holden, Joy Orbison e Floating Points e una seconda gioventù; proprio nel mentre, metteva su famiglia e si preparava a diventare padre, tra un giro al Plastic People e un nuovo alias specializzato in dance, Daphni. C’è stato il botto di Swim, l’album che parlava di se stesso al presente, il lavoro intellettuale ragionato a lungo, ispirato da Arthur Russell e dosato su combinazioni di minimalismo e complessità, disco che si è risolto, in soldoni, in visione, produzione e non ultimo in pezzi – Odessa, Sun, Found Out – che diventano inaspettati anthem per un pubblico sempre più numeroso che canta e s’esalta. Tra il 2013 e il 2014, Caribou diventa IL nome da chiamare se hai un festival o un evento che si rispetti. Il cachet va di conseguenza e così i click del singolo che anticipa la nuova prova, Can’t Do Without You, un brano che fattura, in circa 1 mese, 1 milione di streaming. Tutti meritati.

Così arriva il “nostro amore”. Dove quel noi è riferito alla figlia che gli ha completamente cambiato i ritmi di vita e le priorità. A Fact, Snaith rivela di essere una persona diversa ora, di vivere le cose più di petto e di aver voluto risolvere la complessità dell’amore in un album che fosse universalmene comprensibile. Our Love si traduce nell’album più arioso e fluido prodotto dal canadese finora. C’è un cuore di soulful house nel singolo traino e nelle title track, synth pop per cangianti arpeggiatori, qualche drum machine compressa a contorno ma, soprattutto, c’è quest’inedita gestione dello spazio aereo. Spazio che in questo disco, anche grazie al missaggio curato da David Wrench, è gestito con eleganza, umiltà e mirabile sguardo d’insieme. Regna l’amore, sentimento che si traduce in una title track che compenetra famiglia e club, r’n’b, ritmi UK. Se c’è una citazione, va agli Inner City, ed è con questo spirito che Caribou si regala alla Storia, siglando il secondo disco di fila in uno stato di grazia che è osmosi con amici di lunga data e un contorno di stimoli sonici. Troviamo Four Tet in primis, come al solito occhi e mani nascoste nella produzione delle tracce, e a ruota, una piccola compagine canadese: quell’Owen Pallett che viene dalla classica e dai pentagrammi (oltre che ottimo autore e touring member con gli Arcade Fire) e arrangia, tra le altre cose, gli archi nella conclusiva, splendida, Your Love Will Set You Free, e un’incantevole Jessy Lanza che abbiamo apprezzato nell’esordio Pull My Hair Back e che qui presta la voce ad esattamente metà scaletta con Second Chance. Disco dell’anno.

2 Ottobre 2014
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Minimalismo e complessità. Intervista a Caribou

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Caribou svolta il decennio con un nuovo corso musicale all’insegna di un’idea di trance rinnovata dai richiami dance, colti e rave.

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