• Apr
    01
    2005

Album

Leaf

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Se in Up In Flames mestiere e ispirazione procedevano spalla a spalla, riuscendo più spesso a completarsi (ed esaltarsi) piuttosto che confliggere, con The Milk of Human Kindness Manitoba, (ora Caribou) ha fatto tesoro di un metodo, rincorre e rifugge tanto le amate suggestioni estetiche quanto le nascenti (e timide) esigenze emotive .

Per la prima volta, senza rinunciare alle aperture ritmiche e alla psichedelia gentile che lo hanno reso famoso, Dan canta, o meglio intona qualche suadente ritornello calandosi decorosamente negli amati sixities, interrogandosi su vie d’espressione innovative e meno tracotanti.

Nuovi spunti, asciutti e aerei sembrano venire, seppur con un certo ossequio, dalla scuola dei Neu!, dei CAN e – varcando l’Atlantico – pure dai Silver Apples, il gruppo adorato da Alan Vega (per i primi si ascolti A Final Warning e Barnouwl, per i secondi Bees e Brahminy Kite); mentre da altre parti sbucano piccoli sketch dai motivi rinascimentali e basi breakbeat (Lord Leopard e Palican Narrows – quest’ultima con la zampa dei Beta Band), nonché piccoli raid improvvisativi per percussioni, cori tibetani e folate radioattive (Hands First).

La polpa c’è, ma pare sfuggire senza sosta a un ascolto sistematicamente e volutamente sviato. La firma del musicista è ben riconoscibile, emerge chiarissima rispetto all’esordio, ma è d’altro canto innegabile il costante incappo nella maniera. A perderci risulta fatalmente l’autentica comunicazione emotiva, trasmissione del sé che si riduce a nostalgico screenshot cinematografico fuori fuoco.

Viene spontaneo chiedersi se questa “kindness” e una certa impersonalità andranno sempre a braccetto nelle composizioni di Caribou; se il gioco rimarrà perennemente intrappolato dentro queste regole. Potremmo in tal senso considerare il singolo Yeti (il più vicino agli arrangiamenti di Up In Flames) come il testimone di uno scollamento tra espressività energica ma terrena e un’urgenza più spirituale, evidentemente cercata ma non ancora sufficientemente matura.

In questo scenario eccitante ma friabile, tracce come la strumentale Subotnik – lento da balera con tanto di chitarrino esotico in stile orchestrina anni ’50 – o l’improvvisata Hands First fanno balenare fughe o rimandi verso una fiducia canora che verrà. D’altronde, episodi come Hello Hammerheads (filigrana floydiana calata nell’indimenticabile Ibiza del film More) e Barnowl (suggestiva immagine in movimento per crescendo aerecontrollato à la CAN di Future Days) sono convincenti testimonial della bontà di questa via che esteticamente è già oggi più che degna.

The Milk of Human Kindness, in definitiva, lascia un tantino perplessi e, a fronte di un nuovo nome imposto più che voluto (Dick Manitoba dei Dictators ne ha rivendicato la paternità minacciando avvocati e processi…), è piuttosto naturale pensare a un album di transizione e sperare che il successivo sciolga ogni dubbio.

1 Aprile 2005
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Caribou

The Milk of Human Kindness

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