• Gen
    01
    2003

Album

Leaf

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Messe via le barbaglie IDM-troniche del precedente Start Breaking My Heart, Manitoba esce prepotentemente dagli steccati dell’IDM con Up In Flames, un lavoro dalla caratura completamente differente che appone una firma significativa nel panorama che molti oggidefiniscono folktronico.

Convocati due batteristi e riservandosi il ruolo di direttore d’orchestra (al laptop), il musicista svela un giardino delle meraviglie annullando ogni scarto temporale tra Brian Wilson, Beatles, Spacemen 3, Beta Band, Mercury Rev e Flaming Lips.

La trama – va da sé – è densa e complessa. Tanta la glassa psichedelica messa in gioco, di oggi come di ieri (quella placida e estatica di certi sessanta ma anche quella confusa ma in fondo compiaciuta dei fine ottanta). Il pop gelatinoso e sognante dei Dead acustici e quello recente, recentissimo dei Notwist in odor di squadrette kraute, più quel tantino di free-jazz che insidia e stimola l’ascolto senza appesantire: in sostanza uno streaming elettroacutsico ambrato e dolciastro che avvolge senza farsi mancare momenti caotici, vorticosi e tracotanti.

Per descrivere Up In Flames, si potrebbe parlare, più che di pratica post-moderna o di una parata lisergica, di realtà virtuale non lontana dall’esperienza mirabolante e avventurosa dei videogame 3D (Tomb Raider e Doom… naturalmente nella verisone NO-Monster!). Anche in questo senso, l’album rappresenta la porta d’accesso a un mondo pulsante e disinvolto, uno spazio-tempo fruibile che non è la realtà, eppur la sintetizza e la sublima in un turbine di campanellini-glockenspiel, sax molto free, flauti carezzevoli, organetti giocherelloni, microring di effetti sintetici, riverberi chitarristici, possenti sezioni ritmiche accompagnate da violoncelli, tablas, spazzole, ottoni, sitar, breakbeat.

Il motto sembra chi più ne ha più ne metta. E’ chiaro fin dall’iniziale I’ve Lived On A Dirt Road All My Life, cinerama di frizzi, lazzi, campionamenti e canto ciclonico a rammentarci certi quadretti hip hop dei primi Beta Band che si fanno anche più scoperti nel rigurgito sixties di Kid You’ll Move, con voci effettate di chiara impronta My Bloody Valentine ai quali rimandano anche i plateau digitali innalzati dall’amniotica Jacknuggeted e dell’abbacinante Bijoux.

Più avanti la bussola punta decisa tra nebbie radioattive Spaceman 3 coniugati Underworld (la trascinante Hendrix With Ko, l’acida Twins), lambendo la dolciastra mestizia dei Notwist col breve drone elettroacustico di Crayon, il glockenspiel a condurre una danza che appassendo si fa asprigna e madreperlacea come degli Stone Roses persi tra nebbie Clientele.

E non è certo il caso di scordare le due pseudo covers Skunks e Every Time She Turns ‘Round It’s Her Birthday: la prima cala la beatlesiana Dear Prudence in un marasma di ranocchi, battiti sincopati da soundsystem, folate tastieristiche, e sax impazziti, intanto che la seconda – orgia di miraggi, tornio ritmico e frullatore di campioni sonici – gioca a rimpiattino con Chasing a Bee dei Rev.

Troppo riduttivo (perché tracotante e cibernetico) catalogarlo come una mera riproposizione di umori sixties, difficile da dirsi psichedelico in quanto gentile e geometrico, Up in Flames si giova della spontaneità dell’atto creativo senza farsi mancare la struttura e il calibro dei lavori metodici. Un difetto? Probabilmente una strisciante impersonalità, figlia di un certo massimalismo abbagliante ma ingannevole; un aspetto con il quale farà i conti la prova successiva

1 Luglio 2003
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