Recensioni

7.3

Da Los Angeles a Montreal senza ritorno? Constellation smercia l’ennesima apocalisse in formato pocket catturando una tigre di lungo corso: Carla Bozulich. Dipinti sul volto venti anni di attività e di eccessi, un mood artistico sui generis, l’amore per il folk e il country americano, i bagordi sexual/industrial degli esordi con gli Ethyl Meatplow e le cavalcate punk dei Geraldine Fibbers, fino a cadere tra le braccia di Willie Nelson.

Di tutto questo c’è solo una traccia flebile in Evangelista, la prima uscita di un non canadese per la label canadese. Ci sono tutti, o quasi, per l’occasione: Beckie Foon, Thierry Amar, Gen Heistek, Sophie Trudeau, Nadia Moss, Efrim. Il proscenio sonoro è apocalittico, come si compete ad un disco registrato agli Hotel2Tango Studios e il dramma che va in scena è di quelli più neri della notte.

Evangelista è un disco di blues biblico, che tira via i demoni dall’anima uno ad uno, chiamandoli per nome e guardandoli in faccia. Si parte subito in piena tregenda con Evangelista I. La Bozulich scarnifica se stessa come una mistica pasionaria dell’800. Urla da un eremo posto alla fine del mondo il suo lamento di rabbia e oppressione, tra plumbei sinfonismi alla GYBE, organi gotici, echi di voci lontane. Un sermone del 1936 di Elder Otis Jones aizza al fanatismo religioso in sottofondo.

Un incipit di quelli che mozzano il fiato e da cui non esce più il disco. Seguono il traditional gospel Steal Away, la cantilena disturbata di How To Survive Being Hit By Lightning, e soprattutto il nerissimo lied per organo e disperazione di Baby, That’s The Creeps. Per l’occasione Carla si fa prestare le vesti più scure di Nico, quelle più tardo gotiche di The End. Per dimostrare di avere ancora un po’ di voglia di vivere, la Nostra riprende in maniera calligrafica, Pissing dei Low e s’atteggia a fatina translucida in acido con Prince of the World e Nel’s Box. Si chiude in calma apparente, con la seconda parte di Evangelista, animata dai bizzarri contrappunti da studio orchestrati da Efrim, che si infiltrano per tutto il disco.

A ragion veduta la maggioranza di queste composizioni non è neanche un granché, ma quello che rovescia le carte in tavola è la voce. Brucia di furore e graffia le ottave il canto, mai prima d’ora così carico e blueseggiante nelle inflessioni: sussurri, note sostenute, urla e scatti di livore. Evangelista ha parecchi punti di contatto con i primi lavori dei Bad Seeds. Carla Bozulich si adagia comodamente tra Nick Cave e i Godspeed You Black Emperor!. Da lei all’eternità.  

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