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“…uomini cioè, non cose e luoghi…” Michelangelo Antonioni

La citazione da Michelangelo Antonioni di Giorgio Tinazzi (Il Castoro Cinema, Milano, 1994) illumina il pensiero a questo film di Carlo Mazzacurati. Pare che il regista padovano abbia fatto propria questa stringa sottile, questa veloce direttiva, per il suo lungometraggio d’esordio Notte Italiana, del 1987.

L’avvocato Otello Morsiani, forse il miglior Marco Messeri di sempre, accetta l’offerta propostagli dall’assessore padovano Melandri, Tino Carraro, di recarsi alle foci del Po per stimare il patrimonio immobiliare Romanin in vista della realizzazione di un parco naturale che troverà spazio lì, dove un tempo si estraeva fraudolentemente il gas e ora la terra sprofonda a causa dell’impauperimento idro-geologico. L’avvocato si trasferisce nel Polesine e la situazione che trova pare diversa da quella prospettata. La stima si fa più difficile del previsto, la convivenza con i polesani non è così semplice e l’integrazione non è immediata ma presto queste difficoltà iniziali lasciano spazio a un duplice innamoramento, Quello per le meraviglie della pianura e della palude e quello per Daria, Giulia Boschi, bellissima ragazza madre rifugiatasi nei luoghi natali dopo la stagione della contestazione e della lotta armata.

Di lei Otello era stato avvertito da Melandri, senza capirne la motivazione se non fino a un’agnizione storica dolorosa e coraggiosa. Tante cose scopre Morsiani, molte anche oltre la legge e la sua onestà e rettitudine morale da queste lo salvaguardano ma lo fanno scontrare con la consuetudine, con la tipicità delle zone di frontiera, degli avamposti nelle terre di nessuno, dove è il più forte a comandare e a lasciar sopravvivere i più deboli che lo rispettano e temono. Risolta la missione per la quale era stato inviato in quelle lande desolate, il protagonista torna in città, chiarisce la posizione di Daria con Melandri, secondo l’assessore la ragazza era stata parte del commando inviato a gambizzarlo, e capisce d’improvviso d’aver assistito a una messinscena, a una finzione costruita ad hoc per consolidare segreti e tramandare l’omertà dominante. Torna nel Polesine e risolve la situazione nell’unico modo possibile nei posti di frontiera e nelle terre di nessuno. Ferito, nell’animo come nel corpo, porta con sé, in città, quanto di meglio ha trovato nella sua discesa alla palude.

Sequenze. Alcuni estratti di questo film lo possono raccontare per intero, possono metonimicamente dare tutto quanto serva a capire la portata dell’esordio, il valore di un’opera che, rivista ora, si carica di significati allora forse non ancora ben definibili e stigmatizzabili. Messeri corre dietro a un’oca nell’aia, seguito dai bambini zingari e dalla camera a mano. Incespica, cade, si rialza e alla fine capisce, immobile nel campo, che quel posto è uno stato mentale prima che un luogo geografico e che lui, forse, ne è stato toccato, contagiato e rapito. Sempre più, infatti, la giocosa serietà dell’avvocato, la malinconica aria sospesa che Messeri dona al personaggio muta in un sorriso recuperato, in un timido riaffacciarsi alla vita. Quanto è impossibile nella città chiusa e grigia che cresce di cemento, d’asfalto piovoso, d’autobus arancioni, dello straniamento dei ristoranti cinesi o dei videogames nei bar.

Tutto questo Carlo Mazzacurati lo racconta con l’ambizione dell’esordiente, col tratto instabile del cinefilo che, per la prima volta, si trova ad avere la sua chance – e quanto importante! Vista la produzione della nascente Sacher Film di Nanni Moretti e Angelo Barbagallo! – e doverla colmare di riferimenti, d’intenti e di sogno. Case basse e linea dell’orizzonte sempre ben mostrata, strade vive e fangose, locande dalle grappe fatte in casa e un flipper. Con questo Mazzacurati accoglie Messeri nel Polesine sconosciuto. Si deve subito specificare che non è qui in atto il più banale e ridondante capovolgimento di fronte, l’ovvio recupero del pregresso contadino dimenticato e vero in opposizione alla città fredda e individualista fatta di bugie e denaro. La straordinarietà del film sta nell’invitare lo spettatore a questo tipo di visione ormai canonica e diffusa per poi stravolgere quanto atteso e scontatamente subodorato. Ben presto, infatti, Otello capisce che il male è endemico all’uomo e che la palude altro non è che straordinaria metafora di questo, dell’agire umano e del suo più ultimo e basso istinto. In questa discesa nel fango, sporcandosi, il protagonista ritrova il coraggio per gesti estremi e forti, più tipici dell’uomo di frontiera che dell’avvocato di città. In un’opposizione – questa sì necessaria – Morsiani trova la forza e la linfa vitale che sono mostrate mancargli sin dall’inizio del film. Non si raggiungono di certo gli apici violenti di Cane di paglia (Straw Dogs, Sam Peckinpah, 1971), è tutt’un altro film quello di Mazzacurati ma Otello torna uomo e risolve il contenzioso con la palude – quella dei sentimenti e della morale – dalla quale lui resta toccato, riuscendo però a salvarsi e a tenere caldo il cuore grazie agli affetti sinceri e al locus amoenus dell’interno famigliare.

Sequenze, si diceva. L’avvocato fa visita allo stabilimento di Tornovo, Mario Adorf, vero e proprio ras della palude e signore di un feudo dimenticato e malsano che già ha cercato di corromperlo e di assoggettarlo. La macchina da presa si abbassa e resta all’altezza dei pulcini che pigolando corrono spaventati lungo il loro recinto e non riescono a trovare riparo dallo sguardo implacabile della macchina da presa di Mazzacurati. Siamo noi italiani quei pulcini, è la società di questo paese che, in quegli anni, cristallizzava ruoli e modi malsani e infausti come una palude. Con tutto questo ci chiede di fare i conti il regista e il suo ruolo profetico ha del miracoloso o, meglio, ha del tristemente certo ed evidente. Qui il titolo si spiega e definisce. Mazzacurati racconta una storia inventata che ben presto sarà traslata dagli schermi cinematografici alle stampe dei quotidiani. La realtà di questo paese è estratta dalla palude e mostrata. Quest’ostensione è passata per i caratteri comici e i tipi della commedia presenti e questa deviazione, questo filtro, non fa altro che rendere l’effetto più doloroso, più sarcastico e pungente. Il cinismo e il qualunquismo ignorante di questo paese sono mostrati favorendo la risata che, presto, si disarticola in un’espressione triste, tanto quanto quella dello straordinario Messeri del finale, nello sguardo perso e nel paese fottuto. L’uomo trova la serenità affianco a Giulia e al piccolo Enzo, suo figlio. La donna ha preso parte alla stagione della lotta armata restandone scottata e trovando riparo nella casa del padre che ora è assoggettato al padrone Tornovo. Mazzacurati inserisce così un altro riferimento storico e sceglie da che parte stare, come leggere i fatti, chi difendere e chi accusare. Un coraggio poco diffuso tra i suoi colleghi registi, basti pensare a Michele Placido e al suo deprecabile Il grande sogno (2009).

Sull’argine che porta a Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni e Bernardo Bertolucci, passando per Alfred Hitchcock – più che citazionistica la macchina da presa sul piatto con il pollo – questo film è un esordio perfetto per un regista che ha saputo, nel tempo, confermare quanto promesso, mantenere quanto qui tratteggiato. Continuando a interrogare la realtà e la terra grezza, nuda e fredda, dove tutto poggia e a guardare all’orizzonte che si dipana dinanzi cercando il modo migliore di collocarci la figura umana. Questo va sottolineato del film e di tutto il cinema di Carlo Mazzacurati. Questo il senso dell’incipit di Antonioni: al regista padovano interessa la figura umana, lo sviluppo del carattere all’interno del contesto scelto. La campagna, spesso, come luogo di una fuga necessaria esplicita o rivelata solo all’arrivo, la wilderness come condizione con la quale misurarsi – si pensi alla metafora della forza coatta del toro chiuso nel camion nel bellissimo Il toro (1994) – con la quale stabilire un contatto che inevitabilmente non sarà timido o delicato e riconoscerne la forza. Tutto avviene senza il “misticismo della terra” tipico di Terrence Malick ma sempre attraverso il gusto delle terra in bocca, l’odore di sterco e la nebbia nelle ossa.

Per i venticinque anni de La Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia, nel settembre 2010, sarà presentata un’edizione restaurata del film. Si tratta di un degno tributo sia alla manifestazione più interessante del panorama veneziano sia all’opera del regista padovano che sarà in sala nello stesso periodo con La passione (2010).

Il paese, intanto, resta in balia della palude morale e sociale che Otello Morsiani si è trovato a sfidare e a vincere seppur provandone la violenza attrattiva e l’efferatezza. L’invito intimista che Mazzacurati pone alla fine del suo film più bello, quello di chiudersi negli affetti più veri e lasciare fuori il mondo, ora dev’essere disatteso non per scortesia ma per la necessità improcrastinabile di bonificare la palude, di sanare l’aria.

30 Aprile 2010
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