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    04
    2017

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Dischi Obliqui

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Si diceva, in conclusione della recensione del settimo album a firma Casa, che ci sembrava di intravedere «una direzione: verso la musica gestuale e pittorica che sospende il tempo». Lo si rintracciava nell’occhieggiare ai Cinquanta americani, a Feldman, Cage, Wolff. Ma anche ascoltando un movimento che faceva fatica a stare dentro il CD. Non è dato saperlo, in una registrazione, dove il lato fisico, gestuale appunto, è imperscrutabile.

Pur essendo i Casa un gruppo avvezzo ai gesti performativi, qui – in Variazioni Gracchus, ottava prova sotto il nome Casa, che oggi ha come unico membro originario della band Filippo Bordignon, che compone e produce tutte le quattordici tracce, organizzate in tre narrazioni – il gesto prevalente è compositivo. Questo album vive di una strana sensazione. My Magma sembrava fosse il commiato di Casa, eppure oggi Variazioni Gracchus riporta quelle quattro lettere in vita. Le porta a ormeggiare in “acque terrene”, così come il cacciatore Gracco (ispirazione del disco), protagonista che da morto parla in un racconto surreale di Kafka. Non c’è più rock, neanche un fondo del rock, oppure forse c’è qualcosa lì sotto, ma da sopra, i fili della musica contemporanea e classica ci tengono appesi. C’è un monologo, una profonda meditazione che dà inizio (Galileo ritrovato) alle tre composizioni-esplorazioni, un dialogo tra archi che sorprende e prepara l’arena acustica ad attimi di puro minimalismo americano (ma attenzione: lontano dal ripetitivismo minimalista, avrebbe detto Luc Ferrari).

Sorprende che in definitiva venga meno l’identità stessa dei Casa: fare rock, facendo tesoro delle lezioni delle avanguardie, che rarissimamente sono confluite nel genere distintivo della seconda metà del Novecento, eccezioni a parte (come in quel “fondo del rock” di Wyatt…). Sopravvive il riferimento alla mediazione del jazz, non tanto (o solo) nella melodia quanto piuttosto nella ricerca timbrica (il pianoforte utilizzato per i dieci movimenti della title-track è stato scelto per la somiglianza con quello usato per accompagnare quell’imprendibile e celestiale scheggia impazzita che fu Patty Waters in Sings, nel 1965).

Per l’unica figura rimasta della band, Bordignon, ci viene da dire che la ragione sociale mantenuta sottolinei l’essere “rifugio” della “casa”. Ci pare non così peregrino il riferimento a quanto Deleuze e Guattari dicevano proprio a proposito di Kafka, scrittore de-territorializzato per eccellenza, esponente di una letteratura minore e per questo asciutta, essenziale, avversa alle metafore. Che le Variazioni Gracchus siano un concept sul non sapere dove stare, o anche sul non sapere dove restare dopo essere partiti (Le partenze che ci allontanano), o dipartiti. «La mia barca è senza timone e viaggia col vento che soffia nelle più basse regioni della morte». È forse un ciclo che si ripete, una ripartenza del mandala. Una reincarnazione.

10 maggio 2017
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