Recensioni

7.6

Cassegrain è il progetto di Alex Tsiridis e Hüseyin Evirgren mentre Tiamat è il primo full dopo alcune uscite brevi, tra cui il pregevole split con Tin Man per Killekill e due EP su Prologue (sempre per l’etichetta di Monaco, in formato doppio 12”). Meno sperimentale e più canonico rispetto ai lavori precedenti, il disco non perde l’attenzione primaria per il suono cupo e l’andamento uniforme, ovvero il solito oscuro e criptico ambito dub techno che ci riporta, fondamentalmente, all’arcaica riflessione Basic Channel.

La deepness come materia tedesca, a questi livelli, rimanda alle antiche memorie del passato (e presente) glorioso di Moritz Von Oswald e Porter Ricks (e, diversamente, anche dello stesso Köner in solitaria), in puro spirito dub, tra ampie camere d’eco e riverberi soffocati. Come prevedibile, le ambientazioni sono, nonostante la ballabilità, lontane dall’intrattenimento frivolo e venate di toni cupi eppure non opprimenti. Lo schema strutturale del lavoro è fortemente influenzato da un approccio esplorativo in fatto di suoni che, come conseguenza, porta al delinearsi di quadri sì obnubilati ma che partecipano dell’oscuro come una continua scoperta.

Pubblicato poco prima del lavoro lungo del compagno di etichetta Echologist, Tiamat ha tutte le forze del sudafricano e forse qualche spunto in più, se comunque alla produzione meno cristallina e più dura dell’altro (con qualche sforzo, si potrebbe dire che lui abbia una profondità no wave) stavolta invece si “risponde” con materiale in grado di prendere una varietà di direzioni più articolata e, complessivamente, di suonare meno ruvido, meno oltranzista.

Apre le danze il viaggione Taiga, un ondeggiare liquido ed un solido infrangersi delle onde con qualche spunto industriale educato, per proseguire con il tribalismo distante di Joule, in linea idealmente affine a Dino Sabatini (uno sciamanesimo metafisico), meno sabbioso e più levigato nel formalismo della ripetizione tradizionalmente techno. Le strutture grossomodo sono sempre quelle previste dal genere: excursus simil-progressivo, crescendo (armonico o per stratificazione) e ambienti definiti dalla prima battuta in poi, mai alterate ma seguite e sviluppate tendenzialmente in climax. Siano i grumi sintetici di Turn Aside che spostano la banda sonora o gli echi e i delay della title track, si rintracciano alla pari tutti esempi ugualmente riusciti di connubio tra una forma e una sostanza che, nella sua prevedibilità, assume le forme del classico più che del derivativo. Perché deriva non c’è, ma solo esplorazione.

Mentre larga parte dell’intrattenimento da ballo lotta per accaparrarsi un posto definitivo tra le fila delle eminenze grigie del dancefloor, i due producono un disco di calibratissime atmosfere e con pochi proclami in calce, come statisticamente dovrebbe accadere più spesso a chi gioca con le zone oscure. Gli ambienti sullo sfondo sono il cuore del lavoro, tanto da sembrare sullo sfondo quando sono in realtà in primo piano (e che il paesaggismo è interiore si noterà ad ascolto concluso). Sì, è sempre dub techno, ma fatta in modo attualissimo e impeccabile.

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