Recensioni

7.8

Ricapitoliamo: c’è stato l’EP d’esordio, Singar, nella primavera del 2011. Curioso, bizzarro, con qualcosa di potente e irrubricabile sotto lo strato goliardico/bucolico. Due anni più tardi è arrivato Ruvain, e lì abbiamo capito che non si trattava di uno scherzo, malgrado a quella compagine dal nome improbabile piacesse parecchio buttarla su garrulo, tra zompate freak e lirismi psych squarciati di stordente visionarietà. Quindi, più o meno dodici mesi fa, ecco lo stupefacente An Instantaneous Journey, EP che li vedeva dividere strumenti e repertorio con Martin Hagfors: risultato, uno dei dischi di folk-rock psichedelico più fresco e vitale in cui mi sia imbattuto negli ultimi anni.

Oggi che abbiamo tra le mani Fluttarn, cosa dobbiamo pensare di C+C=Maxigross? Proviamo a tenere i piedi per terra e limitiamoci a dire che sono bravi, ma bravi in un modo che si riverbera nel farti sentire vero, forte, profondo, espanso e in espansione ciò che ti dimostrano di saper ben fare. Non è solo il suono, l’interpretazione, la girandola di espedienti, la sfaccettatura delle visioni, l’ingegnosità e la misura degli arrangiamenti, è come se tutto questo congiurasse per rapirti, ti prendesse con una prepotenza dolce e voluttuosa per srotolarti storie e scenari che non appartengono ad un luogo, ma sono il luogo fantastico di tutti i luoghi che fisicamente e fantasticamente questi buontemponi della Lessinia hanno saputo esplorare.

Vogliamo parlare di canzoni? Del modo in cui Born Into It lascia sfrigolare l’acidità pastorale dei Polyphonic Spree col piglio terrigno dei The Band? Oppure di come Let It Go sbandi estatica tra visioni madreperla Zombies e palpitazioni Phish (e di quanto siano belle le pennellate spacey di synth ed il coro angelico a chiosare il finale)? Per non tacere della morbidezza 80s in bilico tra indie e dreamy con spenzolamenti noise di Moon Boots (quasi come dei Belle And Sebastian in fregola Olivia Tremor Control), dell’estro college con attitudini boscaiole di Bruce Skate (con quella coda da cui sversano sogni 60s) e del vaudeville spiritato di An Afternoon With Paul (un po’ Macca – certo – ma anche un po’ Grant Lee Buffalo) che attraversa brume cosmiche fino a planare in un soul dagli ormoni umoristici degno di Beck.

Questo disco, lo avrete capito, è un caleidoscopio e uno scrigno, ma ad ogni sorpresa coincide uno spiccato senso di padronanza, come se ci muovessimo errabondi e abbagliati di meraviglia però aggrappati ad un filo che ci conduce sicuro alla meta, nella fattispecie ad una Rather Than Saint Valentine’s Day che dopo varie luminosità e vampe psych si consuma in un retrogusto agreste non lontano dal fatidico Battisti di La collina dei ciliegi. Quindi, ok, teniamo i piedi per terra: diremo che i C+C=Maxigross sono soltanto bravi. Ma sono certo che avrete capito quel che sto cercando di dire.

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