• Gen
    01
    2006

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Mescal

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Da una parte il noir statunitense, ferita infetta tra rurale e urbano (le agre folate elettriche, quei blues di fiele, di fieno e d’ombra). Dall’altra, la poesia derelitta e solenne di De Andre’, sorta di nume tutelare nel taschino, premuto con forza sul cuore. Il filo che corre tra queste istanze espressive è solo apparentemente fragile. Cesare Basile ci si aggrappa come al migliore appiglio possibile. Con sua e nostra soddisfazione, scopre che si tratta di una corda robusta, intrecciata in anni d’esperienza e buone/cattive frequentazioni. John Parish, per dirne uno. E’ il produttore di questo Hellequin Song, ad occhio e croce il capolavoro di Basile, uno di quei dischi che riassume e sancisce senza possibilità di replica. Quattordici pezzi per un programma intenso e scorbutico. Quel tipo d’intensità letteraria che può offrirti un cantastorie reietto, intensità che tiene banco senza mai cedere il passo, strozzando nella culla lo spettro della monotonia (cui pure il lavoro sembra poeticamente votato). Il blues più disperato incrocia folk febbrile e squarci di caracollante poesia. In un italiano laconico, pregno, sferzante. E in inglese, con la stessa cifra, malgrado la pronuncia un po’ stopposa.

C’è l’alt-country spigoloso e acido di Dite al corvo che va tutto bene. Ci sono le lente brume blues, ciondolanti e paranoiche di To Speak Of Love. Ci sono le ballate in bilico sul niente come Finito questo e Le feste di ieri, tra rifrazioni, farragini e pezzi d’anima. C’è il fiele diafano e vagamente didascalico di Odd Man Blues, sorta di outtake del fortunato connubio Parish/PJ Harvey. C’è la processione a cuore nero con ampia attitudine di tragedia della title track, dove l’asciutto cinismo di un Fiumani s’immischia al De Andre’ più attonito. Altri sapori: Howe Gelb in Dal cranio, i dEUS in Continuosus Lover, Silent Sister, Mark Lanegan in Fratello gentile, i Grant Lee Buffalo nella struggente Ceaseless And Fiere, lo Springsteen più dimesso e cupo nella conclusiva Stella & the Burning Heart. Il tutto condito con archi, seghe a nastro, pianoforti, scricchiolii, sussurri malsani, loop metallici, organi, distorsioni, ferite da accarezzare, slide ubriache, pezzi di sogni a pezzi.

Tra gli ospiti eccellenti: Hugo Race, Manuel Agnelli, l’ex-dEUS Stef Kamil Carlens. Insomma, Cesare Basile ha organizzato e realizzato un bel lavoro. Gli si può rimproverare l’interpretazione un po’ monocorde, quella voce che non sa (non può) adeguarsi a tutte le situazioni come dovrebbe. Ma il gioco coi propri limiti ci può stare, quando diventa elemento stesso della calligrafia.

1 Gennaio 2006
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