• Mar
    01
    2011

Album

Urtovox

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Settimo album a proprio nome in diciassette anni. Sette come le pietre del titolo, ogni disco un amuleto o una poltiglia di viscere da interpretare. Quanto al diavolo, è quello che cova dentro e pervade le cose. Spesso, in Basile, la canzone indaga la vita mettendone a nudo le ombre, scavandone il cuore fino alla radice del dolore. Il senso di atavica prevaricazione. Il male come una condanna che fa a pezzi la morale nella culla. La sua musica sempre più una conseguenza rock di travagliati metabolismi folk e blues, di umori mediterranei e balcanici, di codici tradizionali riaffiorati come salnitro.

Il sud – la Sicilia – è la ferita che non cicatrizza, provocando indolenzimenti pensosi (E alavò) e sussulti febbrili (la vibrante La Sicilia havi un patruni, pezzo di Rosa Balistreri). L'espressione sempre in bilico tra ricercatezza e brutalità, un disequilibrio emotivo che esige asprezza (l'elettricità bieca di Strofe della guaritrice) e suadenti scenografie (i fiati, l'armonica e lo xilofono in L'ordine del sorvegliante, gli archi ed il clarino de Il sogno della vipera), abiti sonori resi insospettabilmente preziosi dal contributo fondamentale di Rodrigo D'Erasmo, Alessandro Fiori, Enrico Gabrielli, Lornzo Corti e Roberto Angelini tra gli altri. Nel mezzo, la fatamorgana orchestrale di Elon lan ler, registrata a Skopje in occasione di un documentario sul "funambolo del palcoscenico" macedone Frane Milenski Jezek.

Le coordinate poetiche sono indocilmente sperse, raggrumandosi più spesso attorno a suggestioni Leonard Cohen (la toccante Questa notte l’amore a Catania) e Fabrizio De André (Sette spade, Lo scroccone di Cioran), spiriti guida di quello spirito sempre più terrigno e imprendibile che risponde al nome di Cesare Basile.

7 Marzo 2011
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