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«È tutta una bugia! Che andrà meglio; che non è mai troppo tardi; che Dio ha un piano per te; che l’età è solo un numero; che è sempre più buio prima dell’alba; che dietro a ogni nuvola c’è un maledetto raggio di sole; che c’è qualcuno per tutti noi e che Dio non ti dà più di quanto puoi sopportare»

Che cos’è l’esistenza se non una serie incalcolabile di rischi presi senza cognizione di causa o per volere di un esasperato e spesso irrazionale coraggio? Che strada avrebbe potuto prendere la nostra vita se avessimo accettato di mettere da parte tutte le idiosincrasie che ci accompagnano ogni giorno? Esiste un’originalità nella ripetizione costante di certi schemi comportamentali? Un uomo/donna nasce, cresce, sviluppa dei desideri, non sempre è in grado di soddisfarli, subentra inevitabilmente il rimpianto; rimpianto per scelte mai compiute, un azzardo mai tentato, un brivido solo sognato. Ma è possibile rimpiangere un’intera esistenza? A tutte queste domande prova a rispondere con il suo ultimo lungometraggio Charlie Kaufman, il folle, genio, visionario, complessato, schizofrenico e mina vagante di quella Hollywood perennemente corteggiata e al contempo condannata come vera e propria causa di tutti i mali del mondo (ricordate gli attacchi all’industria de Il ladro di orchidee con Kaufman a rimproverare il suo gemello/doppio Donald?).

Terza regia per quello che è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi sceneggiatori viventi a Hollywood, sto pensando di finirla qui (stilizzato rigorosamente in minuscolo) porta il discorso di scrittura del Nostro non più avanti, bensì di lato: una sorta di parentesi sulle infinite potenzialità del mezzo espressivo e di quanto risulti sempre più complesso (e complicato) quel processo di sintesi tra la poetica kaufmaniana e la sua riproducibilità visiva. In questo senso, è stato fin troppo facile etichettare la sua ultima opera come un “horror dei sentimenti”, e di sicuro siamo dalle parti del thriller psicologico (lo sono tutti i suoi lavori), ma sarebbe decisamente riduttivo.

Se in Essere John Malkovich entravamo direttamente dentro la mente di qualcuno, se ne Il ladro di orchidee cercavamo di districarci tra le infinite possibilità anti-spettacolari di una svolta narrativa, se in Se mi lasci ti cancello (pardon, Eternal Sunshine of the Spotless Mind) ci insinuavamo nel labirinto irrazionale e particolare dei ricordi, e dove quel labirinto veniva a costituire l’intero palcoscenico della nostra esistenza in Synecdoche, New York (per non parlare del complesso di colpe che scaturiva da Anomalisa, straordinaria incursione nella stop-motion), in sto pensando di finirla qui è come se tutte queste paure, tutti quei desideri, tutte quelle resistenze al vivere quotidiano prendessero magicamente vita, ma non nella forma che ci saremmo aspettati.

Jessie Buckley e Charlie Kaufman sul set di “sto pensando di finirla qui”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da sempre nel cinema di Charlie Kaufman il nemico giurato #1 è la banalità, la routine quotidiana che si fa ripetizione, le interazioni sociali obbligate, le conversazioni piene di condiscendenza, ma anche un certo patetismo nei confronti del nostro io più nascosto, più debole e, quindi, maggiormente a rischio di esposizione. Era così per il timido Joel Barish di Jim Carrey, per il sociopatico Charlie Kaufman/Nicolas Cage, ed è ancora così per la protagonista di questo piccolo trattato sulle debolezze umane e sulla loro apparente insuperabilità, ovvero la Lucy, Lucia, Louisa, etc., di Jessie Buckley, che cede quindi il passo al vero protagonista, Jesse Plemons (tra i caratteristi più dotati della sua generazione, paradossalmente tra i meno celebri al grande pubblico e per questo perfetto soggetto dell’indagine kaufmaniana), per poi cedere nuovamente lo scettro a colui che sarà il vero deus ex machina di questa storia, che storia in senso stretto non è.

La struttura in quattro atti è lì a dimostrare la ritrosia dell’autore verso ciò che è dato per assodato, in un finale pirotecnico che strizza l’occhio alla Hollywood dell’età d’oro e ridicolizza quella più recente, salvo poi fare un’inversione a U considerevole e piegare quella stessa struttura alle sinapsi impossibili di una mente sopraffina. La struttura si sfilaccia, il flusso di coscienza si rivela, l’azzurro inghiotte i suoi personaggi, come in quell’ode di Wordsworth (“le parole sono importanti!”) già citata in precedenza.

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