Recensioni

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Era ora che qualcuno decidesse di fornire in traduzione le bellissime edizioni targate 33 1/3, appannaggio soltanto dei pochi che volessero avventurarsi nella lettura in lingua originale.

Alla No Reply, piccola ma decisa e agguerrita casa editrice, hanno fatto anche di più: non solo hanno proposto una selezione – finora formidabile, c’è da dire – dei titoli in circolazione nel mercato anglosassone, ma vi hanno anche aggiunto dei volumi esclusivi allargando la collana Tracks anche a dischi italiani. Sì, perché la collana originaria, e conseguentemente questa della No Reply, è completamente dedicata alla trattazione di un singolo album di gruppi più o meno famosi e più o meno underground, trattati di volta in volta da un critico, un giornalista, un artista e/o un musicista. Che si approcciano, ovviamente, alla materia col piglio distaccato del critico, ma anche con la passione fervida del fan.

Nel caso dei Joy Division la scelta è ovviamente caduta sull’unico vero album registrato dal gruppo di Manchester, Unknown Pleasures e la lettura che ne da Chris Ott, già caporedattore di Pitchfork, è decisamente ottima. Indagando la figura di Ian Curtis – giocoforza centrale soprattutto in virtù del tragico evento che lo consegnò al mito del rock – Ott si avvicina alla fase della composizione e della registrazione di Unknown Pleasures seguendo passo passo la vertiginosa crescita stilistica del gruppo, dai primi incerti passi post-punk all’elaborazione di una scrittura talmente personale da rappresentare una pietra miliare del rock underground.

In un racconto appassionato ma al contempo piuttosto lucido nel contestualizzare, sia al tempo delle gesta della band, sia negli sviluppi postumi del lascito dei mancuniani, l’epopea JD, Ott fornisce una eccellente prova della sua conoscenza della materia: alternando cioè la trattazione critica dei pezzi a stralci dalla vita quotidiana del quartetto, il gossip ante-litteram – il ruolo giocato dalla famosa fiamma belga di Curtis negli ultimi momenti dell’esistenza del gruppo – alle testimonianze dirette dei protagonisti (le varie dichiarazioni dei tre JD sopravvissuti, Debora Curtis, Tony Wilson).

Al centro del libro però c’è quel monolite nero che è Unknown Pleasures e le sue sessions di registrazione con Martin Hannett, i cui mix leggendari, la ricerca sui suoni, la perizia maniacale ed avanguardistica nella cura dello studio sono pari solo alla sua follia e alla sua dipendenza dalle droghe. È perciò un vero piacere leggere questo libro, poiché sembra realmente di entrare nello studio in compagnia di quattro giovani disadattati britannici e un pazzo produttore drogato che hanno semplicemente fatto la storia del rock.

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