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È sul primo piano del volto sibillino di Undine\Paula Beer che si apre l’ultimo film di Christian Petzold. Undine è una storica e si occupa di condurre visitatori e turisti alla scoperta delle molteplici modificazioni urbane della città di Berlino. Di nuovo lo spazio, o meglio la spazialità, in Undine di Petzold. Di nuovo la Storia e il Tempo che irrompono a definirne coordinate e significati. Di nuovo l’amore e le ombre di un passato inamovibile: ombre che si affievoliscono, che pare possano darci tregua come i fantasmi di Personal Shopper di Olivier Assayas; per poi però ritornare ad esserci, ossessionandoci fino a morirne. Petzold rinvigorisce il suo racconto attraverso particolari “forme mitiche” ridotte ad un’essenzialità e nitidezza tali che lo spettatore riesce a sentirle epidermicamente, senza ricorrere chissà a quali sovra-interpretazioni: Undine si fa e si disfa, si compone e s-compone.

Immagini veridiche e menzognere costellano una storia d’amore che passa per la lente filtrante e immaginifica del mito: operazione mitopoietica  – di creazione costante – mentre scorre davanti agli occhi dello spettatore che sta lì impaziente a individuare e interpretare i fili intricati di un racconto che per molti versi assomiglia a un sogno lucido. E questo vale per tutto il cinema del talentuoso regista tedesco, che transita su un terreno sghembo dove la temporalità è sospesa e i confini (di ogni genere, come già in La donna dello scrittore) inesistenti: sognante ed immersivo.

All’indomani di un film in cui memoria storica e melodramma identitario s’intrecciano (Il segreto del suo volto è senz’altro non casualmente vicinissimo per afflato ad un altro straziante mèlo del 1948, Lettera da una sconosciuta, di Max Ophüls) e dopo La donna dello scrittore (2018), in cui il cineasta tedesco tornava a misurarsi con quella stessa Storia, riadattandone sfacciatamente spettri e immagini alla Francia contemporanea, Undine mantiene una poetica e un linguaggio non dissimili. E se «il cinema ama i fantasmi, così come tutti gli esseri perduti», sostiene Petzold, Undine ne è pieno, pieno di quelle allucinazioni con cui, paradossalmente, è possibile dar vita a un preciso realismo di contorni e forme ben poggiate al suolo – la città e gli spazi, ma in questo caso principalmente l’acqua, la dimensione del fluire delle cose e del tempo – e intorno come un’atmosfera di “magia” che faccia sentire le illimitate possibilità che il cinema ha, di coesione di trame, tempi e spazi.

La tradizione mitica vuole che le ondine, o “undine”, siano riconducibili alle Ninfe o Nereidi: spiriti acquatici che si pensava abitassero fiumi o laghi e le cui voci potevano sentirsi solo se sovrapposte allo scrosciare dell’acqua. Non per caso, in Undinese non fosse per l’Adagio di Bach che fa da sottofondo ai momenti più romantici e melodrammatici del film – la colonna sonora è quasi assente; anzi, molto spesso c’è silenzio, un silenzio intervallato dal rumore del fiume dove lavora il palombaro Christoph/Frank Rogowski e da una voce indefinibile che evoca il nome di Undine. Undine è la storia di un amore che permane anche dopo la fine. Come la Nereide: anima errante e implacabile in cerca dell’amore (o della vendetta…) dopo il trapasso.

Come in La donna dello scrittore, l’impianto temporale è stratificato e non lineare e l’intreccio multiforme, spingendo lo spettatore ad un continuo ritorno su immagini e suggestioni che non possono che sedimentarsi e rimanere. Ed è tutto riconducibile ad una precisa e definita idea di rappresentazione e a un modo di trattare la materia ben chiari. C’è la padronanza di determinate scelte formali, anch’essa dettata da una coscienza storica, il noir e il giallo, con i cui meccanismi il racconto incalza regolare e senza sbavature, e c’è ancora una volta il melodramma, il genere della distanza incolmabile, dello scarto, e che in Petzold vive di suggestioni, primissimi piani e parole taciute. Un cinema dalla natura cangiante e mai doma: che sta nel genere e lo attraversa ma se ne distacca al contempo, e che fa del mezzo stesso terreno di sperimentazione estetica e teorica continua.

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