• giu
    01
    2014

Album

King of Spades

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Con questo nuovo album dei Chrome (doppio su vinile) Helios Creed ha raggiunto l’obiettivo di evolvere il sound dei due album “mitologici” del gruppo californiano, rendendolo sufficientemente attuale e ascoltabile anche nel presente e, allo stesso tempo, fedele allo stile della creatura mutante che fu la band.

Hippie evoluti o punk che prendevano l’acido ben prima che l’unione delle due culture diventasse una solida realtà, e scevri da tentazioni revivaliste nonostante le loro radici affondassero nella cultura psichedelica californiana, i Chrome condividevano lo stesso sostrato garage e la stessa attitudine avanguardista dei contemporanei Devo e Pere Ubu, lo sperimentalismo di Residents o Tuxedomoon, la vocazione al cut-up che ne ha fatto quasi dei precursori dell’industrial e le atmosfere sinistre che anticipavano certa musica dark (soprattutto se contaminata con hard e l’elettronica, vedi Killing Joke e Sisters of Mercy). E in più avevano l’immaginario da science fiction deviante che si traduceva in suoni distorti, sfrigolanti, psichedelicamente futuribili.

Da quando ha ripreso in mano i Chrome in seguito alla scomparsa di Damon Edge, con cui era in parola per una possibile reunion, Creed ha allestito una formazione giovane e competitiva per andare “un passo oltre” il classico sound del gruppo. Prospettiva un po’ ottimista, forse, ma i risultati sono comunque confortanti: i nuovi Chrome riescono a essere riconoscibili e a suonare con una grinta che promette bene per il tour. Più che di punk, si tratta di un heavy metal “trattato” con le solite freakerie fantascientifiche. L’iniziale Nephilims! Help Me attacca con un riff stoogesiano corretto con inserti di gelidi synth e una voce urlata in stile new metal. Con Prophecy si passa a un metal “stellare” dai toni minacciosamente dark e dalle aperture space rock, con Lady Feline a un grunge androide – tra il riffone e i fraseggi impazziti in wah-wah e un vortice di background vocals distorte – e con Big Brats a un hard rock da cyberspazio con tanto di beats elettronici (su testo di Damon Edge).

I brani sono perentori nelle strutture di base quanto arzigogolati come da copione negli arrangiamenti. Solidi riff di chitarra sono alla base anche dei più sperimentali (Unbreakable Flouride Lithium Plastic, una sorta di collasso nervoso in stile free jazz venuto dallo spazio intorno a un unico riff), ma c’è anche qualche interessante eccezione: Captain Boson, guidata da basso e batteria funk/dub punk con assoli iperspaziali di chitarra, o i sette visionari minuti di Cyberchondria tra trip psichedelico e geroglifici rumoristi in cui a tenere le redini è sempre la sezione ritmica, oppure i soli effetti elettronici per Slave Planet Institution. Neppure mancano pezzi dalla semplice forza ipnotica (Lipstick) e canzoni da due minuti che potremmo definire quasi pop (Six). Una buona panoramica sul sound dei Chrome, che non suonano come una cover band di se stessi, ed è – già questo – un buon risultato.

22 Maggio 2014
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