Recensioni

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Torna dopo ben 12 anni da Ma Fleur l’orchestra cinematica: nomina sunt consequentia rerum, dicevano i latini, ed ho sempre pensato che questo fosse un ottimo nome per un progetto che ha eletto a campo d’azione principale quello dei suoni da vedere. Come recita il titolo di un indimenticato disco dei loro conterranei Moonshake, Sounds your eyes can follow; nel caso della creatura di Jason Swinscoe (affiancato da tempo da Dominic Smith) però niente visioni psichedeliche o distopie elettroniche, bensì una sorta di rivisitazione in 8mm di languori a metà strada tra quello che chiamavamo trip hop, spezie jazz e malinconie soul, benedette da una scrittura che in più occasioni aveva lasciato ammaliati.

Veniva chiamato nu-jazz, una definizione che sinceramente lascia il tempo che trova. Ad ogni modo Motion, Every Day, The Man with the movie camera avevano frecce al loro arco: frecce intinte in un miele dal quale poteva non esserci scampo; pezzi architettati perfettamente, melodie a presa istantanea, suoni avvolgenti, un tocco delicato e poetico a stendere un velo di stupore su ogni stanza. Era, ed è ancora, una questione di affetto: sin dal primo disco, nel 1999, siamo rimasti colpiti da quel modo di mescolare canzoni e nebbie vagamente jazz; erano i suoni che ci servivano per attraversare le notti dei nostri spaventi e delle inattese meraviglie e gli inverni del nostro scontento, e pazienza se qualche volta le cose si facevano più artefatte e autoindulgenti, meno sentite, se la produzione sovrastava la scrittura, se i brividi non erano più gli stessi di una volta. Del resto, a vent’anni tremare bisogna, e crescendo il disincanto affila le sue armi: ma, con questo disco, la sensazione, che non passa nemmeno dopo ripetuti ascolti, è che non siamo noi ad avere perso l’orecchio e la sensibilità per un certo tipo di vibrazioni, ma è la Cinematic Orchestra ad aver abbandonato definitivamente i vicoli dove echeggiavano un tema black ed un fondale ambient, gli scantinati densi di fumo, per abbracciare con convinzione un suono più generalista che, seppur realizzato con la consueta perizia, lascia freddi e distanti.

Lunghi piani sequenza attraversati da didascalie di archi, veglie che non portano a nessuna epifania, il consueto mood intriso di saudade urbana, che però questa volta non ammalia. Certo, ci sono alcune soluzioni intriganti, ma è in generale tutto il lavoro a lasciare perplessi: suona costruito, pensato per il grande schermo, in cerca di grandissime platee e quindi consegnato mani e piedi a una aurea mediocritas che nulla conserva dei lampi di bellezza del passato. Il riferimento più vicino paiono i Massive Attack, in una versione mondata delle istanze politiche e della ruggine e senza la capacità di questi ultimi di suonare comunque interessanti, anche quando il motore non gira a pieno regime. Certe partiture di archi sembrano perfette per un qualche blockbuster hollywoodiano; ce le immaginiamo come sottofondo nella scena clou di un film che dimenticheremo appena usciti dalla sala, a sottolineare un climax emotivo posticcio. Qualche armonia vocale è fatta con arte, perché certo il talento e la conoscenza non mancano, ma è l’ispirazione ad essere carente. Panorami lontani, crepuscoli, letti vuoti, pioggia, pomeriggi lunghi un secolo, metropolitana di notte: gli ingredienti dell’immaginario sono gli stessi ma tutto suona meno vero di quanto non avesse fatto sino a questo lavoro, che aspettavamo con trepidazione. E invece ci ritroviamo con un disco che potrà piacere a chi frequenta i centri commerciali la domenica o agli ascoltatori di Radio Montecarlo, di conseguenza non a chi scrive.

Peccato. Che ne è stato di quella magia, di quella polvere di notte, di quella vaghissima psichedelia, di quel soul rivisto e lievemente sghembo, di quel senso del groove lieve e miracoloso? Qui tutto suona adult pop, patinato: resta il loro inconfondibile respiro largo e sinuoso, ci sono ancora le batterie aeree, ma i pezzi latitano, nonostante i numerosi ospiti, equamente divisi tra vecchie e nuove conoscenze. Per (continuare a) credere nella Cinematic Orchestra dovremo riascoltarci i vecchi dischi, o pensare allo splendido concerto che vedemmo al Moods di Zurigo nel 2016.

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