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7.5

Alfiere e anche anticipatore di quel suono tra elettronica e world che ora emerge pure nelle classifiche e spopola sui palchi di festival internazionale, Cristiano Crisci può considerarsi un veterano dell’elettronica italiana più sfuggente e dunque inclassificabile: dopo gli esordi semi-carbonari tra free-jazz e punk-noise, l’artista ha iniziato a esplorare i territori più creativi e contaminati dell’elettronica sampledelica con il simpatico moniker Digi G’Alessio (decisamente attivo anche tra collaborazioni e remix), prima di dedicarsi a un suono più maturo, levigato e suadente dietro lo pseudonimo Clap! Clap! che ora arriva al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Liquid Portraits segue di tre anni l’acclamato A Thousand Skyes e prosegue in un percorso di costante crescita artistica: questa volta il producer fiorentino non si appoggia a un concept forte come negli exploit precedenti, ma continua il suo cammino tra afrofuturismo ed etno-musicologia, concentrandosi più che in passato sul materiale di origine, tanto sui field-recordings (raccolti tra Sud Italia, Marocco e Giappone) quanto sui contributi in studio dei pochi ma pregiati collaboratori (dall’arpa di Kety Fusco alle percussioni di Domenico Candellori). Il risultato è un album straordinariamente compatto (come mai in precedenza) e insieme complesso, memore sì dei territori esplorati, anche materialmente, da Cristiano nei suoi viaggi, ma anche e soprattutto diretto discendente di quell’universo di tradizioni musicali popolari che raccoglie al suo interno i canti contadini del meridione italiano, il blues afroamericano e tutto quello che si trova tra questi due estremi.

Spiccano in una tracklist di qualità sempre elevatissima, una manciata di brani che sembrano quasi definire i punti cardinali del viaggio, sonico e geografico, di Clap! Clap!: la storta incursione tra Medio Oriente e Africa sahariana di Kif in the Rif è un omaggio all’inafferrabile e giocoso passato sotto le spoglie di Digi G’Alessio, Southern Dub è un irresistibile carosello dove s’incrociano batterie live quasi marziali ed echi e riverberi, mentre Hokkaido’s Farewell Portrait ibrida folklore nipponico e hip-hop strumentale (immaginando una versione più sghemba e acida dell’indimenticato beat-maker Nujabes). Ma è la splendida Movin’ On, inusitato e suadente mix di digital-dub, cumbia elettronica e memorie trip-hop direttamente dagli anni novanta affidato all’intensa ed efficace interpretazione vocale di Martha Da´Ro, a rappresentare il vertice di un album, al solito, strabiliante e, più del solito, poetico.

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