Recensioni

6.8

Ratificata da qualche anno ormai la fine dei Clap Your Hands Say Yeah come band (almeno per quanto riguarda la formazione originale), il moniker, che non cambia, si appresta ad identificare con sempre maggiore forza il progetto dello storico frontman Alec Ounsworth. Proprio lui, flesh and bones a cimentarsi (ancora) con le scorie del secolo breve e con le difficoltà di quello attuale che sarà probabilmente ancora più breve. La New Fragilty, questo il nome dell’album, è la stessa narrata da David Foster Wallace nel racconto Per sempre lassù incluso nella raccolta Brevi interviste con uomini schifosi da cui prende ispirazione l’intero disco. In quel caso si parla della mancanza di protezione, del sentirsi scoperto quando si entra nella fase puberale. Una situazione nuova per eccellenza.

In questo caso il discorso è riportato all’interno di una crisi di più ampio respiro e non limitata solamente all’affaire pandemico. Ounsworth prova a tirare le fila di una depressione che persiste e per uscire dalla quale bisogna inevitabilmente passare per un grado di sofferenza importante. La crisi di cui ci parla è innanzitutto sistemica (della crisi della democrazia USA se ne parlava già in The Tourist): Thousand Oaks e Hesitating nation raccontano rispettivamente della strage avvenuta nel 2018 nella località californiana e della disastrosa attitudine turbocapitalista americana senza pietà per chi rimane indietro (All of the innocents we’ve yet to cast out in a hesitating nation on the way to nervous breakdown). C’è poi la crisi personale (in mezzo ci passa anche un divorzio, non esattamente una passeggiata) descritta perfettamente in Mirror song che ha portato Ounsworth a ricercare a più riprese (anche personalmente) una dimensione altra, ultraterrena, sciamanica (emblematica è, a questo proposito, Where They Perform Miracles).

C’è un velo nero davanti al Nostro che vuole essere squarciato, lo stesso di cui parlava Vitale riguardo a The tourist: «C’è una patina scura a connotare gli appena dieci brani di questa quinta prova dei CYHSY, capace di risucchiare completamente quell’animosità weird della prima ora». Qualsiasi cosa essa sia Ousworth l’ha ben cucita addosso e nello spaccato di tempo cui quest’album si riferisce ha aumentato il suo spessore. È la musa a cui rivolgersi per trovare parole, ispirazione, riferimenti e voglia di andare avanti. L’impianto di New Fragility è ampio e accoglie una produzione degna di nota (Will JohnsonJohn Agnello tra gli altri) che stavolta fa suonare Ounsworth come una versione disperata di Adam Granduciel. Il riferimento ai War on drugs è immediato e presente in più momenti (New fragility, Went looking fortrouble) così come il ritorno a certe atmosfere tipiche dei Future Islands e, non da ultimo, qualche eco che pizzica ora i Radiohead ora Springsteen. Alla fine del pacchetto (If I Were More Like Jesus) fa capolino anche il fantasma di Daniel Johnston ad impreziosire e sottolineare il trionfo del canto libero, dell’assenza di corazza, della richiesta di una mano tesa. Vecchie ma nuove fragilità che spaccano in due l’uomo americano e la crisi storica che la sua rappresentazione sta inconfutabilmente vivendo.

Appurata quindi la banalità nel sottolineare la distanza dall’hype autoindotto degli esordi, più difficile risulta valutare New Fragility in relazione al precedente The tourist. Risulta gustoso, e neppure così scontato, pensare al primo come una catarsi del secondo, laddove l’innocuo si è fatto materia energica e viva. Con buona probabilità, ciò che qui fa girare la chiave nella toppa è proprio quella Cyhsy, 2015, messa nel cuore del disco e storia di come un ricordo possa sbloccare un livello successivo fatto di progresso ed evoluzione artistica: «But who am I to question fate? There I go again setting up the next stage».

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette