• Mar
    31
    2014

Album

Wichita Recordings

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A volte per svoltare basta la giusta idea unita ad una maggiore consapevolezza della direzione sonora da prendere. I Cloud Nothings ci sono riusciti con Attack on Memory assemblando le schegge disordinate dell’omonimo disco e fondendole con la fondamentale produzione di Steve Albini e con influenze indie-midwest emo di scuola Cap’n Jazz e The Van Pelt. Dylan Baldi e compagni però non ne hanno fatto solo una questione di stile ma soprattutto di canzoni: brani anthemici come Wasted Days, Stay Useless e Fall In o mezzi capolavori di genere come No Future/No Past non nascono se alla base manca l’ispirazione compositiva.

Due anni più tardi, in un periodo di pieno emo-revival (alla compilation 2013 andrebbero aggiunti i recenti lavori di The Hotelier, Sport, Modern Baseball e You Blew It!), la creatura di Baldi torna ad attrarre su di sè tutte le attenzioni mediatiche e gli apprezzamenti del proprio variegato target con Here and Nowhere Else, un nuovo otto tracce che conferma – nonostante l’assenza di Steve Albini in regia, sostituito da quel John Congleton già al lavoro sull’ultimo di St.Vincent – quanto di buono avevamo ascoltato in Attack on Memory (dal quale eredita anche l’artwork lo-fi in bianco e nero a sfondo architettonico).

Anticipato dal dinamico uno-due formato da I’m Not Part Of Me e Psychic Trauma, Here and Nowhere Else rivela fin da subito (l’iniziale Now Hear In) una natura che, rispetto al disco precedente, predilige le accelerazioni all’urgenza emotiva. Funziona? Eccome: quando si ha un equilibrato binomio formato da velocità (resa possibile dallo sconsiderato drumming di Jayson Gerycz sulla sua minimale batteria) e melodia (Baldi conosce perfettamente il trucco per scrivere hook immediati) è difficile fallire, anche quando si è diventati un power trio a causa dell’abbandono del chitarrista Joe Boyer.

Nella mezz’ora di suonato si lambiscono territori punk con l’attitudine slacker dei primi ’90, tagliata di volta in volta con l’alternative americano dei tardi eighties (il grandioso chorus di Quieter Today, ad altezza Hüsker Dü), l’indie sguaiato dei tempi che furono, abrasivo quanto fruibile post-hardcore (Giving Into Seeing), cambi di tempo (Psychic Trauma), finali di canzone spesso potenziati dalla ripetitiva intensità grungey e momenti di pura estasi quale l’ending assolutamente fuori controllo di Pattern Walks.

Talvolta si scorgono minime dosi di autocitazionismo (la linea melodica di No Thoughts) e alcuni momenti in cui l’ottimo lavoro in studio sulle chitarre non sopperisce al 100% all’assenza di Boyer, ma per il resto, dopo il grande breakthrough di Attack on Memory, i Cloud Nothings non si sono lasciati scappare l’opportunità di essere non solo uno dei migliori gruppi da dare in pasto ai ragazzini punk degli anni Dieci (al Beacons, due anni fa, le prime due file avevano un’età media di sedici anni), ma anche i credibili eroi di tutti gli adulti affetti da una forma più o meno intensa di sindrome di Peter Pan.

11 Marzo 2014
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