Live Report
Dal 1 Novembre al 7 Novembre 2017

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Guai a chiamarlo festival di musica elettronica. La definizione di avant-pop, scelta da un paio di anni dagli organizzatori per definire l’anima di Club To Club, è la più calzante, la migliore per descrivere la mentalità del festival che continua, anno dopo anno, a confermarsi e crescere. L’evento torinese – nonostante il nome –  è sempre più distante dall’etichetta di kermesse dedicata alla club culture, dove a farla da padrone sono house e techno, la cassa dritta e il dancefloor infuocato. Lo sguardo dello staff è andato oltre, ha guardato in maniera verticale e trasversale ai suoni contemporanei, passando dalle ricerche sperimentali ad alta definizione che immaginano il futuro, come nel caso di Arca, Amnesia Scanner, Lorenzo Senni (mettiamoci anche Ben Frost), al jazz irriverente di Kamasi Washington e alle contaminazioni del caso (parliamo, anche se in maniera un po’ allargata, di Nicolas Jaar e del downtempo di Bonobo), fino al beatmaking meticcio di Mura Masa e alla sorpresa tutta italiana di Liberato.

Non solo: C2c 2017, che intitola l’edizione cheek to cheek, non ha voltato le spalle alla storia e così ha reso omaggio a coloro che con sintetizzatori e macchine hanno compiuto una rivoluzione (i Kraftwerk) o a una eccellenza techno come Richie Hawtin. Ecco, in poche parole, la musica che guarda avanti, inserita in contesti e location particolari all’interno della città industriale ma allo stesso tempo fervidamente culturale di Torino, che unisce tradizione (la Reggia di Venaria) e innovazione (Lingotto Fiere, Ogr). Elementi che contribuiscono sempre più, assieme a un’organizzazione ormai rodata e funzionale e a una line-up variegata e mai scontata, a rendere il festival un punto di riferimento non solo per l’Italia, ma per tutto il mondo. E’ sempre una sensazione piacevole aggirarsi per le sale del Lingotto e fermarsi a chiacchierare con ragazzi – ma non solo – fieri di viaggiare per assistere a un evento musicale definito unico.

La kermesse parte dalla Reggia di Venaria, affascinante struttura costruita nel 169 come Residenza Sabauda e diventata Patrimonio dell’Umanità Unesco nel 1997, teatro del live dei Visible Cloaks, che lo scorso febbraio ci hanno deliziato con il secondo album Reassemblage. La loro ambient nipponica, introspettiva come pungente, permea gli ambienti della sala conquistando menti, orecchie e volti dei presenti grazie anche ai visual geometrici, quasi fossero origami, e variopinti.

Giovedì 2 novembre 2017

Il giovedì di C2c vede indiscusso protagonista Kamasi Washington, il sassofonista che ha conquistato hype non solo tra i jazzofili ma tra tutti gli amanti della black music. The Epic, l’album uscito lo scorso anno e lodato un po’ da tutte le parti, ha fatto emergere lo spirito di un progetto che unisce spiritualità, frenesia, elementi cosmici (la lezione di Sun Ra…) e funky in un concentrato di colori e astrazioni. Nella Sala Fucine di OGR il pubblico è in visibilio, rapito dalle tastiere allucinate dell’ottimo Brandon Coleman, dalla voce scottante e dai movimenti invasati della vocalist, dal groove e dai ritmi ondeggianti e soprattutto dal sax di Kamasi, il cui fiato soffia in dischi di nomi grossi come quelli di Run The Jewels o Flying Lotus.

Dopo uno spettacolo visionario, all’insegna di scintille vivaci e distese soul, pensano i suoni urban – dalla dancehall a un potente revival jungle dei 90s – di Richard Russell (proprietario della XL Recordings) a movimentare i superstiti. Quando ormai la stanchezza sta per prendere il sopravvento, arrivano Powell e il fotografo Wolfgang Tillmans a tenerci incollati allo schermo. E’ una partnership audiovisiva tra i due che funziona perfettamente: Tillmans, primo fotografo non inglese a vincere nel 2001 il Turner Prize e attento osservatore delle sottoculture britanniche, ci mostra dettagli apparentemente insignificanti di fotografie animate elevandoli ironicamente al rango di protagonisti della narrazione, mentre Powell, che dell’ironia ha fatto un marchio di fabbrica con la sua Diagonal (e con l’ultimo Sport), di suo ci mette la techno virata post-punk e EBM, e macchiata di ironiche voci ed effetti. Se volete farvi un’idea del sodalizio, date un occhio al videoclip di Freezer.

Venerdì 3 novembre 2017

Il venerdì ci si sposta al Lingotto dove la star – almeno a giudicare dalla rilevanza data sui manifesti – è Nicolas Jaar, di ritorno nel capoluogo piemontese a un anno di distanza. Ma, in realtà, il menu è satollo di interessanti esibizioni. Aprono nel main stage gli Amnesia Scanner, poi è il turno di uno degli act più attesi, quello di Arca e del sodale v/a Jesse Kanda. Alcuni problemi tecnici («My laptop just exploded» – dirà, rivolgendosi alla folla, Alejandro Ghersi) ritardano l’inizio del live, il tempo necessario per godersi l’ottima selezione di tracce (tra cui un’azzeccata Parola firmata da Donato Dozzy e Anna Caragnano) scelta dal festival per intervallare le performance degli artisti. Quando il venezuelano farà la sua trionfale apparizione onstage, con il consueto (ed estremo) queer outfit, le urla al microfono sono quelle di una rockstar. Già dalle prime note comprendiamo perfettamente le finalità dello show, ovvero con la voce e un pathos melodrammatico tipicamente latino a conquistare il centro della scena, come del resto è accaduto nel suo omonimo album. Suoni spigolosi e violenti, fanno da sfondo alla performance – quasi teatrale – di Ghersi, che accusa, simulandoli, colpi subiti per poi lanciare frustate e farsi travolgere e trafiggere dagli ambienti distopici in cui si trova (e ci troviamo) a navigare.

Al microfono emerge una voce epica, ben adatta alle invocazioni in spagnolo contenute nei brani (Piel, Desafìo), che lascia il pubblico stupefatto, confuso e allo stesso ammaliato dal binomio tra geometrie sonore e catarsi vocale. Ghersi lo conquista lanciando rose e parrucche, successivamente lo stende in pieno quando Kanda fa partire un video omo-esplicito. Arca è l’espressione della musica che si fa veicolo di culture e teorie (le queer teories), del suono che taglia le menti e crea gli ambienti, del cammino sofferente di chi cerca una speranza nel futuro. Rimaniamo piacevolmente sconvolti. Così come accade dall’altra parte, nella room 2, dove Ben Frost si conferma una garanzia: elevato allo status di semi-santone capace di far confluire nella sua miscela stratificazioni varie e differenti gravità, bordate telluriche e synth futuribili e taglienti come rasoi. Il suo armamentario di sonorità avanguardistiche e l’immaginario glaciale hanno senza dubbio aiutato a scolpire una delle personalità più forti nel panorama mondiale dell’elettronica, e senza alcun tipo di obiezione potremmo ammettere che Frost si è presentato a questo Club to Club da autentico protagonista.

Lui, sempre e comunque low profile, si presenta qualche ora prima del set in canotta scollatissima tra il pubblico del Lingotto, anche lui ad ammirare stupefatto, e fors’anche un po’ spiazzato, il live di Arca nel main stage: cinque alto con qualche fan, chiacchierare in scioltezza con tutti, poi però quando arriva il suo turno riecco il signore dei ghiacci che tutti abbiamo imparato a conoscere. La sua ambient livida e colma di tensione è calata in uno show audio-visual che meno audio-visual non si può: proiezioni elementari di moti ondosi e sfumature di blu si stagliano dietro a un telo di plastica riflettente, che emana una certa, coerente, luminosità polare, riproducendo artigianali effetti scenici che rimandano alla sua tanto amata Aurora Borealis. Il suo fisico asciutto e villoso, i capelli da cavernicolo e la barba si fondono in un’unica sagoma che, tesa e concentratissima come al solito, orchestra e mette a regime un’elaborata architettura di layer sonori e stratificazioni, producendo suoni bassi e letali che destano dal torpore delle droghe sintetiche e dell’alcool carburato a Red Bull dei numerosi presenti. Laddove i suoni epici e bladerunneriani del suo ultimo, fenomenale lavoro, The Centre Cannot Hold non riescono ad arrivare, è il complemento visivo che rende al massimo l’idea, la welttaunschunng di Frost: senza dubbio, il miglior live set della serata, forse rivaleggiato da quello del figliol prodigo, Nicolas Jaar. Ci arriveremo.

Torniamo nella big room dove è Bonobo a rilassare gli animi con il solito mix di eleganza downtempo, calore black-soul, dolce dubstep e pacata house. Simon Green ha in serbo di proporci parentesi in cui sono centrali la voce della cantante Szjerdene e la sezione di fiati a episodi in cui è il groove a trascinare. La sensazione è che, però, nonostante le ottime divagazioni nella black music (Break Apart), l’economia del live penda sulla volontà di catturare il dancefloor, caldo, festoso e brillo. E così le code dei brani, da quelli dell’album Black Sands a Bambro Koyo Ganda, passando per il più recente Migration, diventano lunghe cavalcate sui quattro tempi condite da spezie orientali e tamburi afro. E va anche bene così.

La grazia è anche dalla parte del producer cileno Nicolas Jaar: il talento lo bacia in ogni aspetto, è pure un bel ragazzo e lo dimostra, in un cappotto scuro da clochard sotto al quale, ricurvo, sciorina mantra con voce salmodiante e dal tono sommesso, mentre le partiture di cumbia della sua No riecheggiano come tamburi di guerra nella sala grande, grandissima, del Lingotto di Torino. Jaar dimostra la sua effettiva maturità, molto spesso messa in discussione, strutturando un live set molto organico che si muove qui con passo guardingo e felino, lì con spasmi esagitati che saltabeccano dalla solita amata techno, salvo poi accelerare nei terreni scivolosi della drum’n’bass e in passaggi che ne evidenziano lo spirito post punk con loop station mandata a memoria, ritmiche essenziali e una voce storpiata dalla eco, in puro stile Suicide.

Paragoni con il compianto Alan Vega a parte, lo spirito newyorchese multiforme del Prometeo dell’electro moderna si palesa dietro ogni angolo, ogni cambio di direzione: è forse questa sua presunta poliedricità, quest’eclettismo che può salvarlo dai dubbi covati nei suoi confronti. Eppure, sembrava così intoccabile su quel palco infinito, tra i fumi e i tagli di luce essenziali di un noir futuristico. Nel mentre, nella sala arredata da Red Bull Music Academy, Jlin – non definitela producer footwork sennò si arrabbia – spara un percorso ad alto contenuto energetico che fa vibrare lo stomaco per più di un’ora. Della sua classe ci eravamo accorti, oltre a gente del calibro di Aphex Twin o Holly Herdnon, anche noi di SA in occasione del suo primo album Dark Energy e soprattutto dopo l’ottimo Black Origami (recensione di Edoardo Bridda), che ha dato nuova energica e spirituale linfa post-coloniale alla ghetto music di Chicago. E’ una musica – necessario dirlo – che stimola assolutamente il movimento e che rilascia più dosi di adrenalina di una pinta di energy drink. La velocità impostata da Jlin, fin dal primo tocco sul software, è 160 Bpm (ovvero dalle parti della jungle, la cui affinità con la footwork in questo senso è nota) e da lì non si sposterà fino al termine. Sulle pulsazioni, intervengono saggiamente bassi, synth etnici, gemiti vocali, hi-hat ronzanti, sprazzi orientali, follia e dinamismo tribali. Come nell’album, anche nel live la precisione della producer è chirurgica. Mai un elemento fuori posto, mai una caduta in facili soluzioni, sempre concentrazione e pura, folle, spirituale euforia.

Un’altra donna americana, nel frattempo, ha iniziato a infiammare il main stage. Si tratta di Black Madonna, la vera showstopper della serata. Il suo set è pura dinamite, un concentrato di groove, un’enciclopedia della club music che non si ferma mai, la forza di una locomotiva soul mandata a 1000km/h. Tiene altissimi i giri, ancor più alto il morale, e forse a quell’ora saranno le droghe, o sarà qualcos’altro, ma ballano anche i tizi dietro al bar. Se è sempre tra i primi 5-10 posti della classifica di Resident Advisor, un motivo ci sarà, no?

Sabato 4 novembre 2017

Si ritorna di sabato negli spazi del Lingotto carichi di curiosità per l’arrivo del misterioso Liberato. Dopo il live ricco di calore e simpatia dei Jungle, la folla aumenta sotto palco e comincia a discutere sull’identità del rapper neomelodico. Si avanzano ipotesi tra le più svariate mentre qualcuno, indossando una maglietta dedicata al misterioso artista, canticchia i suoi brani sorseggiando una birra. Scelta a cui ci uniamo mentre sullo stage spicca un enorme costruzione circolare. Improvvisamente, dopo un’attesa più breve del previsto, avvolto nel fumo e nell’oscurità,  il rapper arriva sul palco completamente incappucciato assieme a due musicisti impegnati ai pad e alle batterie elettroniche. Il buio è totale, impossibile vederlo in viso il protagonista di brani come Nove maggio, con cui apre la scaletta, seguito da Gaiola Portafortuna, un brano inedito (in visione il video dell’esibizione) e Tu T’e Scurdat’ ‘E Me. Quattro brani, pubblico in delirio e il mistero continua. Ma la sensazione, dopo aver ascoltato dal vivo la sua voce e i brani, è che, al di là dell’operazione di marketing sullo sfondo, i suoi pezzi funzionino e la produzione, a metà tra hip-hop e trap dalle parti di Charlie Charles, regali freschezza e ritmo. Non sarà certo la sorpresa più innovativa del pop italiano, come qualcuno pensa tra il pubblico, ma il progetto ha le carte in regola se non altro per farci canticchiare in macchina e sotto la doccia.

Restiamo sempre in ambito hip-hop, ma di tutt’altra pasta e provenienza, con l’arrivo di un altro nome atteso – e il numero di ragazzi in visibilio lo dimostra -, ovvero quello di Mura Masa, il producer inglese che propone – citando la recensione di Roncoroni relativa all’ultimo disco – «sonorità che ammiccano all’r&b e in generale alla black music, patine di EDM, rimandi all’oriente e valangate di autotune». Descrizione perfettamente utilizzabile per il racconto del suo live, che lo vede accompagnato da un’ottima vocalist soul/r’n’b: una performance che regala atmosfere calorose e allo stesso tempo eteree, che ci lascia ammaliati ma allo stesso tempo ci fa muovere su beat avvincenti e synth vocali catchy. Mentre nel main stage si balla senza sosta, nella room di RBA il nostro Daniele Mana dà prova, con il suo show audiovisivo, delle sue capacità tecniche, che lo hanno portato a pubblicare un EP sull’influente Hyperdub. Ma corriamo sotto il palco principale da dove sentiamo giungere una techno dritta, perfetta e travolgente. Ai controlli c’è un maestro, Richie Hawtin, che certo non ha bisogno di presentazioni. La novità è rappresentata dallo show proposto: intitolato CLOSE, un’esperienza audiovisuale immersiva dove l’artista è circondato da uno spiegamento di sintetizzatori modulari e strumentazione analogica e seguito da telecamere che riprendono i suoi movimenti per reinterpretarli come forme astratte proiettate in contemporanea. Il producer di origini inglesi, trasferitosi sin dalla tenera età in Canada, è stretto nella morsa del suo set-up: da un lato programma ritmi con una drum machine, dall’altro costruisce emozioni tramite tastiere e controller.

Ne esce un set di alto livello impostato sui quattro tempi con iterazioni minimali, distorsioni acide, contrappunti plastici e spastici. Passano circa due ore e non riusciamo a smettere di ondeggiare. Anche perché subito dopo subentra Helena Hauff ad assestare il colpo definitivo sulle gambe e i muscoli di un dancefloor ormai in festa totale con techno industriale e oscura da orbi. Energia che si trasforma in emozione quando Nicolas Jaar, chiamato a bissare lo show del giorno precedente con un lungo dj-set, apre il missato con L’ombra della luce, brano pubblicato da Franco Battiato nel 1991 all’interno dell’album Come un cammello in una grondaia. Un omaggio a un maestro della musica e della sperimentazione italiana che può suonare anche come un augurio di buona guarigione dopo l’incidente che ha coinvolto il musicista siciliano proprio il giorno precedente. Il set scorre tra perle house, techno melodica e allo stesso tempo aggressiva, mentre per chi vuole contemplare la trance c’è Lorenzo Senni nella room 2: non c’è da muoversi perchè la trance puntilistica non prevede ritmi ma solo la possibilità di rimanere incantanti dai build-up, dagli arpeggi e dalle melodie basate su Roland JP-8000 e dallo sfavillare di luci strobo. E’ come osservare un film su quella che è stata la rave culture. Dalla meditazione si passa subito all’azione quando giunge il progetto Gabber Eleganza, chiamato a  rivalutare in senso culturale una sottocultura spesso denigrata, e questo grazie ad uno show – The Hakke: 100% hard-core – con tanto di ballerini vestiti in puro stile gabber.

La stanchezza, però, ci rapisce. Ci accomodiamo, mentre una pioggia incessante finalmente ripulisce il cielo di Torino dallo smog, nel primo taxi possibile, dove chiudiamo gli occhi abbandonando la realtà dopo aver toccato il futuro. La festa, però, non è mica finita.

Domenica 5 novembre 2017

Nel quartiere di San Salvario va in scena l’appuntamento, ormai classico, con Dance Salvario, evento che unisce artigianato, arti, street food e musica naturalmente (quella di Jim C. Nedd & Palm Wine che presentano Guarapo!, progetto curato per l’etichetta inglese Honest Jones, e i Gang Of Ducks), mentre alle 19.30 ci accomodiamo negli spazi rivalutati delle ex OGR per seguire uno degli show dei Kraftwerk. La band tedesca ha fatto l’en plein a Club To Club eseguendo tutti gli album suonati in ordine cronologico (due alla volta). La nostra scelta ricade su Trans Europe Express, anno 1977, uno dei dischi più iconici di Ralf Hütter, allora in coppia creativa con il co-fondatore Florian Schneider. Indossiamo gli occhialini per la visione in 3D e vediamo comparire quattro uomini davanti ad altrettante postazioni illuminate da led verdi. Dietro di loro, uno schermo che proietta visual animati di grande fascino. Proprio come quando eseguono Europe Endless, un pezzo che tra arpeggi sintetici e groove sarà pane per la disco music ed è ad oggi di un’attualità pulsante, ancora capace di raccontare l’eleganza e la decadenza dell’antico continente. E che dire di Showroom Dummies, aperta da un lapidario Eins, zwei, drei, vier per poi passare al racconto di un’umanità rapita dal desiderio dell’esibizione mentre sullo schermo vetri e specchi si rompono e simboleggiano la distruzione delle nostre proiezioni. Ma è con l’ascolto della title-track, e di quelle note ai synth che furono campionate da Afrika Bambaataa & Soulsonic Force in Planet Rock (tanto per citare uno dei tanti esempi dell’influenza dei Kraftwerk sulla scena musicale), che abbiamo la sensazione di star assistendo a qualcosa di unico.

I quattro, sempre rigidi e plastici nelle loro pose dinanzi a tastiere, synth e varia attrezzatura rigorosamente analogica, regalano anche estratti dai loro successi: così viaggiamo leggiadri con la luce del sole in autostrada (Autobahn) o ammiriamo i movimenti di una modella (The Model) che sfila su armoniose note spaziali e orchestrali entrate nella storia. Loro sono stati tra i pionieri fondamentali dell’elettronica, loro hanno dato vita a tutti i suoni di cui oggi Club To Club si (e ci) nutre. Foto di Alessandro Tedesco

7 Novembre 2017
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