Live Report
Dal 23 Gennaio al 1 Febbraio 2015

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La prima volta che ho sentito parlare del ClubTransMediale è stata quando suonai a Belgrado 10 anni fa come Wang Inc. Allora facevo da gruppo spalla ai Rechenzentrum e uno dei tipi della band era fondatore del festival berlinese. Da allora le cose sono cambiate, gli art director si sono avvicendati, il gruppo fondatore non esiste più, ma il festival, alla sua sedicesima edizione, ha mantenuto il format originale: conferenze accademiche di giorno e performance tra l’artistico e il ludico la sera. Una formula molto simile ad un altro festival dedicato alle arti elettroniche, l’Ars Electronica di Linz.

Quando ho deciso di andare al TransMediale, quest’anno, l’ho fatto esclusivamente per vedere i Carter Tutti Void. I miei amici di label Spire, Bxp e Marco Unzip erano stati all’Unsound e soprattutto Spire aveva elogiato la performance del nuovo progetto dei due ex Throbbing Gristle con Nik Colk Void dei Factory Floor. Di tutto il resto sapevo poco o nulla, soprattutto perché io faccio musica 8 ore al giorno e spesso, quando non suono, preferisco stare in silenzio. Normalmente un festival per me è il momento per aggiornarsi.

Quindi subito dopo la befana mi organizzo per la partenza: contatto un’amica per l’ospitalità, compro il biglietto aereo, prendo i biglietti dei singoli eventi perché i pass sono esauriti. Purtroppo per impegni vari non arrivo prima di giovedì 29. Il festival dura 9 giorni, io posso vederne soltanto 4, ma sono anche i più intensi.

Il 29 prendo il mio volo Germanwings per Berlino, atterro nel primo pomeriggio. Seguo le istruzioni che mi ha dato la mia ospite ed arrivo a casa sua, disfo le valige, mangio un piatto di Pho e parto alla volta del Berghain, armato di cellulare con la mappa, perché l’ultima volta che misi piede a Berlino era il 1990, esattamente 25 anni fa, e da allora le cose sono parecchio cambiate.
 Per non fare troppo presto al Berghain mi faccio un giro ad Alexanderplatz cercando i toni di marrone e beige che ricordavo dal mio precedente viaggio, e che non ho trovato, logicamente.
 Ho il biglietto per la serata, i buttafuori del Berghain non fanno problemi, mi oscurano solo tutte le fotocamere del cellulare con fastidiosissimi adesivi tondi che ci vogliono ore per togliere.

Sono dentro al “tempio” della techno berlinese, luogo dove hanno suonato tutti. Il posto è una vecchia centrale elettrica, molto grande, alto, con i volumi da architettura monumentale. Mi aspetto una pista immensa invece tra Panorama Bar e Berghain le due location possono rispettivamente contenere al massimo 1.000 persone, il resto sono anfratti e dark rooms per fare “altro” dall’ascoltare musica. 
L’impianto della sala del Berghain è un Funktion One appositamente strutturato per garantire un suono cristallino, nonostante i 3 piani di volume della sala che lo contiene. Goduria!

Il live più importante della serata che si svolge nella sala del Berghain è Gazelle Twin, artista inglese accompagnata dal vivo da un “beat maker” con la SP 404. Entrambi sono nascosti sotto degli hoodies, lei ha anche una calzamaglia color carne sulla faccia. Beat incalzanti ed un uso molto particolare della voce e dei suoni che produce la bocca rendono questo live decisamente intrigante e ipnotico. Interessanti anche gli altri artisti della sala Berghain: Suicideyear, Evian Christ e We Will Fail, ragazza polacca decisamente emozionata, che con una mano tremolante controlla Ableton con un controller dedicato Push. Ma sinceramente la grande attesa è tutta per Adrian Sherwood & Pinch.

Preceduti dal dj set di Errorsmith, e dal meno convincente live di Moon Wheel, i due britannici iniziano un po’ timidamente, anche perché devono prendere le misure con l’impianto. Il panorama Bar è un posto molto più raccolto, con un estetica da club e meno techno rispetto al Berghain, l’impianto è diverso e i toni sono più caldi e fashion, il bar è più fornito, in pratica, un altro mondo. Decisamente un posto dove non ti aspetteresti di sentire un riddim e dei delay sul rullante, un luogo dove la gente è più incline all’edonismo e dove le droghe chimiche la fanno da padrone. Insomma, Adrian Sherwood con i suoi campioni che parlano di canne e fattanza giamaicana sembra un pesce fuor d’acqua nel luogo reso famoso dai dj set fino all’alba di Villalobos. Eppure riesce a conquistare tutti, soprattutto i ragazzini col sorriso stampato e la pupilla dilatata. Un successo misto di dub, drum’n’bass, dubstep e techno.

Dopo il duo inglese al Panorama Bar inizia il live set di una ragazza, che inizialmente non seguo, per andare a vedere cosa succede al Berghain, dove oramai la tensione si è sgretolata; ritorno quindi al piano di sopra e mi faccio coinvolgere dagli arpeggi e da beat più electro. Lei è rRoxymore e il suo è un bel turbine psichedelico, con qualche intervento cantato dentro ad un bel vocoder, un sound con il quale sembra molto a suo agio, anche grazie al pieno supporto di tutte le maestranze presenti (probabilmente non è la prima volta che calca le scene del Panorama). 
Finito il suo live mi ritrovo prigioniero della location, anche perché il Berghain è stato chiuso e fino alle sei del mattino; ai piatti c’è KABLAM, un dj Berlinese che, con indosso una maglietta nera con su scritto in caratteri gotici ACAB, mette su una specie di terror reggaeton fatto di suoni pesanti e incisivi, ma comunque con quell’attitudine caraibica sudamericana al beat making. Decisamente straniante per noi abituati a quel sound proposto in salse più soft da alcuni eroi nazionali.

Riesco a scollarmi l’appiccicoso pavimento del Panorama Bar soltanto al mattino e mi dirigo alla M10 verso casa. Fuori nevica e un ragazzo che cammina dall’altra parte della strada mi coinvolge in una irrinunciabile battaglia a palle di neve. Poi prendo la strada sbagliata che mi porta chisssà dove, tanto che cercando di tornare indietro incontro anche una volpe che si ferma a guardarmi un po’ impaurita. Sul letto si dorme poco soprattutto perché nelle case del Nord non ci sono le persiane e la luce che entra dalle finestre è tanta.

Qualche ora dopo si susseguono: un piatto di cucina vietnamita, il tentativo di fare un pisolino mal riuscito, la ricerca, a detta di google, del miglior kebap della città (40 minuti in fila al gelo ma ne valeva la pena) e una passeggiata per raggiungere la Haus der Kulturen der Welt. Lungo la strada mi fermo al museo al Haus Der Kultur Der Werlt dove è presente una video installazione di Jochen Gerz intitolata “Was zählt am Ende?” ovvero “Cosa conta alla fine?”. All’esterno, su uno schermo posto sul cancello d’entrata, ruotano le parole denaro, morte, amore e libertà. Notevole. 
La HKW è un edificio futuristico regalo degli americani in piena guerra fredda, che fu progettato male e il cui soffitto crollò per poi essere ricostruito, ma che tutt’ora ha un fascino particolare. Ci entro per ascoltare i live collaborativi di Frank Bretschneider e Pierce Warnecke prima e di Robin Fox e Atom TM poi. I live vengono introdotti da due parole di presentazione, da cui si evince che la performance di Fox e Atom è stata aggiunta in extremis.

Frank Bretschneider e Pierce Warnecke fanno un live raccolto, fatto di elettronica sperimentale molto “bleep e blop”, sequenze campionate da vecchi Buchla e patch fatte su un Nord Modular. La collaborazione video di Pierce Warnecke è invece molto analogica: dei rotoli di acetato che girano attorno ad una lampadina e, ripresi da 2 telecamere, creano pattern ritmici e ipnotici. Bello, ma forse un po’ troppo lungo. Il live di Robin Fox e Atom TM invece è lo show del solo Atom, che propone l’album HD con l’aggiunta dei laser di Fox, integrati anche a livello audio e impegnati a creare suoni fantastici. Peccato che l’esecuzione sia nel luogo sbagliato, influenzata più dalle norme di sicurezza che dalle decisioni artistiche, comunque musicalmente il risultato è notevole.

Finito il live, corro alla metro e poi al Berghain, dove temo il peggio perché non sono stati messi in prevendita i biglietti. Per fortuna la fila non è lunga, ma davanti a me vengono “rimbalzati” giovani a tutto spiano. Essere “rimbalzato” è l’incubo di ogni frequentatore della vita notturna berlinese. Nei club più ambiti come il Berghain e il Tresor c’è la selezione all’ingresso e ti spediscono a casa se non sei ritenuto idoneo. Quando tocca a me mi chiedono se sono da solo. Rispondo in tedesco di sì. Mi squadrano da cima a fondo e mi dicono: Ja! Poi passo alla perquisizione, mi appiccicano i soliti bollini sulle fotocamere e sono dentro. 
La serata è decisamente più interessante della precedente, divisa in due filoni principali: techno al Berghain e house al Panorama Bar. Io propendo per la techno, e evito quasi tutto il programma del Panorama, facendo delle capatine ogni tanto, immergendomi in quell’atmosfera gay ed edonista tipica del posto. Il programma prevede: il tedesco Roosevelt (DJ-Set) e una manciata di britannici come Joe Goddard degli Hot Chip (DJ-Set), Totally Enormous Extinct Dinosaurs (DJ-Set), Lxury e Greco-Roman Soundsystem (un trio britannico-tedesco) fino alle 9:00 passate del mattino.

Highlight della serata al Berghain sono prima l’americano Prostitutes e poi il britannico Powell. James Donadio aka Prostitutes sale sul palco con 2 “rottami” di drum machines (cose da poche centinaia di euro): la Korg electribe rossa ESX 1-D e la Dr. Groove 202 della Boss, il tutto con l’aggiunta di un Kaoss Pad 3. Un set decisamente minimale e lo-fi, ma quello che ne esce è devastante: una techno più tradizionale, molto psichedelica, suoni ripetitivi, con un gran senso del groove e una bella costruzione: in un attimo è finito tutto ma ne vorresti ancora e ancora.

Dopo Prostitutes arriva Egyptrixx, che ha congelato il dancefloor con un drone lungo mezz’ora per poi riprendersi con qualche beat sul finale: nulla di inascoltato, ma eseguito con professionalità. Lascia il palco a Powell, ragazzetto un po’ “spanizzo” che fa mosse “alla Guetta” per incitare il pubblico e spesso si lascia andare all'”aeroplano” o al “su le mani”. La sua musica però non ha nulla a che fare con il re dell’EDM. Un suono tutto suo, qualcosa difficile da descrivere: a me sembra che Powell stia alla techno come la d’n’b sta all’hip hop. La pista si infuoca e tutti ballano come matti, e sembra veramente di stare in una dance hall anni ’90. Molto interessante anche Aleksi Perälä, che decide di suonare nascosto da tutti vicino al mixer, mentre praticamente tutto il pubblico guarda da un’altra parte. La sua è una bella IDM mista a electro con toni acid. Menzione d’onore anche a Gábor Lázár, che avremo la possibilità di sentire presto a Bologna.

Si fanno le 6:00 come se nulla fosse, neve all’uscita, ma niente palle di neve e niente volpe, questa volta. La dormita è brevissima e la deprivazione del sonno inizia a farsi sentire. Tutto si fa più straniante. Nuovamente vietnamita, poi di filata verso il live di Electric Indigo e poi a quello di Lorenzo Senni alla HAU2. 
La HAU 2 fa parte di un complesso di sale per eventi sparse nello stesso quartiere ma in diversi palazzi. Ci arrivo presto perché mi hanno detto di non perdere l’installazione di Jan St Werner e Karl Kliem, che mi gusto comodamente seduto su una poltrona mentre vengo cullato da un bel drone oscillante condito con pattern visivi molto stranianti. Esco al volo per prendermi un curry wurst e poi, ritornando davanti alla HAU2, incontro Jan St Werner, con cui scambio due chiacchiere sulla vita, anzi, sulle nostre vite, visto che è per colpa sua se faccio il musicista a tempo pieno. Andy, l’altro Mouse On Mars, non è presente oggi in sala, è a sciare sulle Alpi. Mi viene anche presentato Karl Kliem, l’uomo dietro ai nuovi visuals dei Mouse On Mars. Karl diventerà un volto noto che incontrerò spesso al festival nelle ore seguenti.

È ora di entrare per i due live della serata. Electric Indigo, accompagnata da Thomas Wagensommerer, presenta Morpheme, una performance audio-video che sa di retrò, con immagini molto digitali composte da linee bianco e nero, accompagnate da una musica altrettanto fredda e soltanto un momento lirico molto bello e coinvolgente. Peccato: fosse stato tutto su quel piano, sarebbe stato un gran concerto. Esco per vedermi l’allestimento del nostro Lorenzo Senni, che mi confida di non dormire dal giorno precedente e che il soundcheck lo ha impegnato per diverse ore. La sua performance consiste essenzialmente in una serie di drop presi dalla gabber e dalla hard techno di stampo olandese, messi assieme uno dietro l’altro. C’è una certa ironia nella cosa, anche se preferisco le giocosità di Stockhausen & Walkman. A mio avviso la sequela di drop dura un po’ troppo ma l’effetto è voluto, anche perché, ad un certo punto, in mezzo al frastuono, scattano le luci stroboscopiche e partono getti di gas verso il pubblico accompagnati da un gran frastuono. Scatta l’applauso e riprende la sequela, con un finale nuovamente a base di strobo e gas. Persone informate mi dicono che il gas è CO2. Dà maggiore senso alla performance.

Più tardi lascio il CTM per dedicarmi ad una serata di “italo techno”. Vado alla volta dello YAMM, il vecchio Maria Am Bahnhof (locale storico della techno berlinese e prima sede del Transmediale) ora trasformato in un posto gestito dalla “mafia” giamaicana, e qui vendo con successo il mio biglietto per poi entrare all’Urban Spree. 
L’Urban Spree sta in un complesso di ex depositi ferroviari tutti trasformati in clubbini di varie dimensioni. La serata si chiama Undogmatisch e prevede una forte partecipazione di Stroboscopic Artefacts, apprezzata etichetta gestita da italiani emigrati e Berlino. Il locale è piccolo, conterrà al massimo 250 persone, e sembra un centro sociale, ma di fatto è un club. L’impianto è buono e la sala suona molto bene. Si inizia con Godwana su Opal Tapes, che stupisce per la concretezza dei suoni. Un bel misto di techno noise ed IDM. Segue il live meglio riuscito della serata: Mogano. Un ragazzo del Sud Italia che ha iniziato a farsi le ossa a Pisa ed ora sta a Berlino a fare grande musica, con un bel suono. A fine marzo uscirà il suo disco per Arboretum, etichetta in fieri che cura in collaborazione con l’Andrea Familari che ha curato i video della serata.

Seguono Ian Mc Donnel e Dara Smith (Stroboscopic Artefact – R&S – KilleKill) che tentano un’improvvisazione più sperimentale che ogni tanto riesce ma spesso no. Intanto il locale si è riempito di personaggi gotici, provenienti da un angolo remoto della mia adolescenza. Quando sale sul palco, Ascion (Repitch) devasta tutti con un treno interminabile di techno oltre i 130 bpm condita con droni di puro noise efficacemente modulati. Oramai sono le 6:00, io sto per crollare, ma mi incuriosisce lo strano duo che conclude la serata: Daniele Antezza + T.C.O. (stroboscopic Artefact / Undogmatich). Un ragazzo con un signore che dovrebbero fare il B2B dj set finale, ma sembra invece che facciano più uno di quei dj set collaborativi che ogni tanto si ha la fortuna di ascoltare. Bombe sulla croce rossa. Un turbinio psichedelico fatto di white nosie, ritmi accelerati e sincopi devastanti. La serata per me si conclude prima della musica: salgo sulla M10 e via a casa.

E’ finalmente domenica e la mia ospite può accompagnarmi a fare una mangiata enorme di cibo egiziano a Kreutzberg. Finito di abbuffarmi, corro alla HAU1 per comprare il biglietto per lo spettacolo di Emptyset chiamato Signal. Arrivo al botteghino e mi dicono che è sold out. Ma fanno una lista d’attesa dove mi iscrivo e sono il numero 5. Attesa spasmodica, ma alla fine riesco ad entrare e trovo posto in questa piccionaia di un piccolo teatro di inizio ‘900. Lo spettacolo consiste nel far rimbalzare il live attraverso la ionosfera da Berlino al sud della Francia e ritorno attraverso le onde radio. Il risultato è che avremo una distorsione analogica causata da madre natura. Molto affascinante a livello concettuale e molto bello anche nella pratica. Il live dovrebbe venire ritrasmesso dalla radio tedesca a metà febbraio.
 Mancano ancora un paio di ore alla serata finale all’Astra, dove finalmente potrò assistere al set di Carter Tutti Void. Grazie ad un incontro casuale, mi vedo la mostra del Transmediale presso il Kunstraum. L’installazione che preferisco è un video di due ragazze che parlano di cose serie in contemporanea, o meglio, dicono la stessa cosa in contemporanea. L’opera è di Graw Böckler e si chiama “Speaking Synchronously”. Ma anche il resto della mostra è di altissima qualità.

Un adana Kebab al volo e via di corsa all’Astra per i concerti finali. L’Astra sta accanto all’Urban Spree, quindi sempre in quel quartierino di club vicino a Kreutzberg. Quando arrivo c’è il dj set di Phoebe Kiddo, un classico warm up di tutto rispetto tendente al noise. Alle 21:00 salgono sul palco i Nisennenmondai: un trio giapponese di sole donne che, con una formazione classicamente punk (chitarra, basso e batteria), si mette a fare una techno sostenuta ed ipnotica impreziosita dalla visione esotica del trio. Dopo una lunga cavalcata, il live si conclude con poche parole di ringraziamento e l’invito a comprare il disco in uno stentato inglese che suscita il sorriso del pubblico (disco sold out in pochi minuti).

Finalmente è l’ora di Carter Tutti Void, che è un trio composto da membri dei Throbbing Gristle e dei Factory Floor. Un blob sonoro da cui emergono suoni bellissimi, per rituffarsi nella malgama primordiale composta da beat serrati, bassi ipnotici, drone di chitarra ed elettronica raffinata. Il tutto condito con visual minimali – a coprire il logo Red Bull sponsor della serata – ipnotici ed efficaci. La folla è in delirio, alla fine del concerto. Tutti avremmo voluto molto di più, ma sono le regole dei festival, avanti un altro. Mumdance + Logos + Shapednoise presentano The Sprawl in prima mondiale, un ambient drone condito da noise che non lascia il segno.
 La serata avrebbe dovuto concludersi con un after all’Urban Spree – degna conclusione per una città che vive di after – ma il posto è troppo affollato e la musica poco entusiasmante, per forzarmi a restare. Dunque di nuovo M10 e a letto.

Lunedì il CTM è finito e vado a fare un giro a Kreutzberg per visitare il famoso Schneidesladen, tempio dei synth modulari, dove passo un paio di ore da sogno. La magia di quel posto è che uno può toccare tutto. Lì incontro un ragazzino italiano che fa il conservatorio ad Amsterdam ed è stato al festival, dove ha partecipato al workshop tenuto da Shintaro Miyazaki e Jamie Allen. Gli chiedo del suo set preferito e non ha dubbi: The Bug al Berghain. Il live di Kevin Martin, a detta di molti, è stata un’esperienza trascendentale: un drone lanciato a volumi estremi da un muro di subwoofer con tanto fumo da non vedere più le proprie mani. Una vibrazione intensissima da spostare il corpo con la forza delle onde sonore. Anche il djset di Perc, al Berghain domenica mattina alle 9:00, deve aver fatto il suo dovere. Ci saranno altre occasioni per vederli.

10 Febbraio 2015
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