Recensioni

Cobra Kai never dies, era il titolo di una delle puntate della prima stagione della serie spin-off tratta dal film Karate Kid, che nel 1984 diede inizio a una delle saghe più amate dal pubblico di tutto il mondo. Eh già, il Cobra Kai non muore mai perché non solo la celebre scuola immaginaria di arti marziali è stata al centro delle vicende della stessa – imperitura, nell’immaginario collettivo – serie di film (in particolare del primo e terzo capitolo) ma anche perché – come sappiamo – parecchi anni dopo avrebbe dato il nome a un nuovo progetto televisivo, partito inizialmente in sordina ma che adesso sembra essersi trasformato nel più classico carro dei vincitori su cui tutti vogliono salire.

Se infatti le prime due stagioni, andate in onda nel 2018 e 2019 su YouTube Premium e poi – nel 2020 – anche su Netflix che ne ha acquisito i diritti, furono una specie di scommessa da parte dei produttori (tra cui, in veste di esecutivi, figurano i protagonisti Ralph Macchio e William Zabka, ma anche l’attore Will Smith), la terza, sbarcata direttamente sulla piattaforma fondata da Reed Hastings e Marc Randolph, ha visto i ritorni di altri attori presenti nella tetralogia di film, tra cui qualche rientro illustre. Non vi diciamo di più per non fare spoiler, nel caso non vi foste ancora risintonizzati col mondo di Daniel-San, ma vi consigliamo caldamente di prendere in mano il telecomando e riaprire quel vecchio file che avevate archiviato tra i vostri più bei ricordi di gioventù. O per, chi non li conoscesse, di vedersi i film dall’1 al 3 (il 4 si può anche saltare a piè pari) e poi recuperare la serie.

Perché anche nella terza carrellata di episodi (10, per la solita durata di circa mezz’ora ognuno) Cobra Kai si conferma come un prodotto che non si regge sulle sole gambe di una comprensibile vis nostalgica ma dimostra di saper stare in piedi anche in totale autonomia. La narrazione è ancora una volta sviluppata su più livelli, quello “adulto” con protagonisti gli stessi attori che negli anni Ottanta erano il ritratto dell’adolescenza e ora sono diventati splendidi (quasi) sessantenni, e quello “adolescenziale” con al centro le vicende dei loro discendenti e relative compagnie, che si trovano a rivivere avventure simili e ad avere gli stessi problemi di chi li aveva preceduti, come in una sorta di ripetizione ciclica del tempo.

Ma al di là delle vicende raccontate, dell’apparente dozzinalità dell’impianto narrativo, della semplicità del linguaggio adottato e di quella – lasciatecelo dire, seppure nel senso nobile del termine – tamarragine diretta discendente di certi vacui aneliti di stampo 80s, Cobra Kai è un racconto che, inaspettatamente, riesce a parlare dell’America, e del mondo, di oggi toccando di striscio anche – a suo modo – temi cruciali e attuali come l’esclusione sociale, la disoccupazione, la stoltezza delle istituzioni scolastica, sorda ai veri bisogni e aspirazioni dei ragazzi, ma anche – ad esempio – carceraria, tesa non certo alla rieducazione dei detenuti.

Tra i temi che affiorano nelle pieghe delle varie vicende vi sono il bullismo a scuola, il degrado delle periferie, gli squilibri macroeconomici visti dall’ottica micro di chi ogni mattina si alza per andare a sgobbare in un fast food o come inserviente delle pulizie; ma anche – in modo tangenziale – la speculazione immobiliare, la prepotenza dei più abbienti dediti all’accumulazione perpetua delle risorse, e perfino – senza pretese storiche ma in modo ugualmente ficcante – quelle ferite nella pelle dell’America che non si sono mai rimarginate (la guerra in Vietnam). Di più. Ci si prende anche gioco di quella guerra, terminologica e non solo, in corso contro la cosiddetta dittatura del politicamente corretto; anche se i non integrati, le masse incolte, i falliti, i diseredati di questo piccolo universo rappresentato da un quartiere di Los Angeles, non rinnegano il sistema bensì ambiscono a farne parte perché ne colgono gli aspetti positivi, umanisti. Siamo al cospetto di un’opera che volendo è anche – sempre a modo suo – una specie di lezione morale sulla redenzione e sul riscatto individuale. No, Cobra Kai – vedendola in un’ottica politica – non è di ispirazione populista/sovranista, ma è una favola sugli ultimi che ce la possono fare. È ottimista, costruttiva, un po’ Rocky, un po’ Frank Capra. Del resto, Steinbeck diceva che in America il socialismo non ha mai attecchito perché i poveri non si considerano proletariato sfruttato ma milionari in temporanea difficoltà.

Ad ogni modo, qui parliamo di un lavoro che non ha certo l’ambizione di prodursi in analisi dei massimi sistemi, quella ce l’abbiamo infilata noi – magari un po’ a forza – come spunto per una lettura diversa. Il suo scopo principale resta quello di fare dell’ottimo intrattenimento sulla base di una scrittura che dimostra di saper reggere anche sulla distanza. Il tutto, con il solito piglio autoironico che fa presa tanto sul pubblico di ieri quanto su quello di oggi; e non ci stupiamo del fatto che piaccia anche a coloro i quali negli anni d’oro della saga non erano ancora nati. Poi certo, ci sta che una serie alla lunga possa mostrare il fiatone, succede quasi sempre che gli sceneggiatori allunghino il brodo solo per tenerci incollati allo schermo. Di Cobra Kai è stata annunciata anche una quarta stagione e pure quella – almeno a giudicare dalle anticipazioni finora solo adombrate – sarà piena di sorprese. Il difetto dell’autocitazionismo può diventare un pregio se ben dosato, e probabilmente si continuerà a raschiare quel barile fino a che non si bucherà il fondo e lo dovremo buttare. Ma finché dura, perché non goderselo.

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