• Mag
    01
    2010

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Sub Pop

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A tre anni di distanza dalla transizione adulta di The Adventures Of Ghosthorse & Stillborn, Sierra e Bianca di professione ora fanno le freak globali. Sono scafate artiste maudit piuttosto lontane dalle timide performance a piedi nudi di cui Devendra Banhart e l’intellighenzia avant-folk si innamorarono a inizio Duemila, e un tour mondiale, che le ha viste abili performer nel miscelare non solo world music, opera, hip hop, folk, soul (ma anche vestiario e teatro), ha dato il segnale definitivo sul formato da intraprendere.

Il baule dei ricordi della nonna (pre-war folk, tape giocattolo) già ampiamente ribaltato da produttori e ingegneri (Valgeir Sigurðsson prima e Nicolas Kalwill ora), è lo smalto per unghie di un mondo sonico che fa consapevolmente i conti con un destino da performer alternative ben settate dentro il mainstream e una formula addomesticata per il grande pubblico (che peraltro aveva precorso quella tendenza musical culminata quest’anno con Here Lies Love di Slim e Byrne). Tutto sacrosanto, eppure al recupero classico/lirico perfezionato ai tempi della collaborazione con Antony, le abbondanti partiture per piano di un terzo elemento normalizzante, Gael Rakotondrabe, e al canovaccio a ruoli delimitati che le sorelle ora perseguono, non si è contrapposto lo scarto necessario in scrittura, disinvoltura e urgenza espressiva.

Come dimostrato dalla scorsa tournée, sono le tracce più marcatamente hip hop a dare le stoccatate che servono (R.i.p. burn Face, The Moon Asked The Crow), eppure l’album è zeppo di ballad ingessate come se si vendesse l’anima al diavolo in cambio dell’infanzia perpetua subendo il contraccolpo di una Wonderland incartapecorita. E proprio come per l’Alice di plastica di Tim Burton, come nei corsi e ricorsi dei chronicles Hippy di Ibiza, gli arrangiamenti in cassa techno (Fairy Paradise, come una Bjork fuori tempo massimo) e qualche cosina di drum’n’bass (Hopcotch con il bel giochino ragtime però) non che fa aggiungere pericolosi – e perdenti – paralleli con Björk, peraltro con espedienti fuori tempo massimo.

L’ironia del finale Here I Come (con la voce abbassata di Bianca e l’effetto minimalista à la Laurie Anderson), e l’afflato di Grey Oceans, unica vera ballad all’altezza, fanno capire che la stoffa c’è ancora ma forse non l’impegno e la maturità necessari.

2 Maggio 2010
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