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6.5

La comparsa delle sorelle Bianca e Sierra Casady nel 2004 fu, in quel frangente di inizio secolo/millennio, il classico cacio sui maccheroni per chi, dovendo ancora riprendersi dall’evento spartiacque del World Trade Center, viveva spaesato in un mondo sempre più integrato e connesso, tra guerre preventive e rimbombi di crisi, mentre opportunità e minacce si intrecciavano in un profondo processo di liquefazione.  In questo bello scenario sbocciò il cosiddetto pre-war folk, filone musicale così battezzato in virtù dell’utilizzo di sonorità vintage in un quadro di nostalgia retromaniaca, anzi “hauntologica”. In esso dominava cioè una sorta di recupero di forme del passato con l’obiettivo di evidenziarne la presenza fantasmatica nel presente, frutto del desiderio di rievocare assieme a quelle sonorità anche i valori, le prassi, le dinamiche emotive di un’epoca ormai trapassata. Insomma, una specie di sogno a occhi spalancati malato della sua stessa impossibilità.

Con le loro canzoncine giocattolo che sembravano spuntare direttamente dal baule dimenticato in soffitta, ma senza nascondere che si trattava di uno scenario ricostruito una tessera – o un pixel – alla volta, le Cocorosie incarnarono benissimo quel sentimento obliquo e diffuso, che da par loro attualizzavano aspergendo tematiche femministe e gender fluid. Non durò moltissimo, ma La Maison De Mon Reve (2004) e il successivo Noah’s Ark (2005), entrambi per Touch & Go, misero in mostra la capacità non comune di proiettare miraggi gospel-soul su tele (freak) folk, opportunamente spruzzate di elettronica e scarabocchiate hip-hop. Va detto che funzionavano assai bene. Da allora hanno intrapreso un percorso un po’ sfocato, tra passi abbastanza falsi sempre più hip-hop (The Adventures of Ghosthorse and Stillborn del 2007, Grey Oceans del 2010) e ritorni di fiamma (il più che discreto Tales of a GrassWidow del 2013). Le due “sorelle diverse” sembravano insomma avere intrapreso il medio cabotaggio standard da carriere discendenti, come del resto confermava il tutto sommato evitabile Heartache City del 2015.

Alla luce di questa parabola, cinque anni di silenzio sono sembrati, come dire, consequenziali. Al punto che la notizia di un nuovo album targato Cocorosie non mi è sembrata solo sorprendente, ma è stata capace di procurarmi il tipico retrogusto dei frutti fuori stagione. L’ascolto ha smentito solo in parte questa sensazione, obbligandomi casomai a un upgrade: sembra quasi infatti che a motivare il ritorno delle Casady sia stata più una mutazione ambientale che non la voglia di mostrare la vitalità della proposta. In altre parole, è come se Bianca e Sierra si fossero ritrovate di colpo (loro malgrado?) nelle condizioni di potersi annoverare tra i riferimenti estetici e sonori di una Billie Eilish o di una Melanie Martinez. Si tratta di una forzatura evidente, perché nelle due rampanti protagoniste (molto più protagonista la Eilish della Martinez, ovviamente) della scena dark-pop contemporanea, gli elementi gotici e arty sono ben più algoritmici che onirici, il baule della nonna cede il passo al database estetico/strategico di un design artist, l’alone hauntologico dei vecchi manufatti finisce vaporizzato nell’iper-presente del virtuale.

E quindi? Quindi, e comunque sia, le Cocorosie di Put The Shine On ci mettono la convinzione del caso. Affilata l’immagine su registri quasi Tim Burton, legano tematicamente dodici tracce con una vicenda di soprusi fisici e psicologici, il #metoo reso carburante e sostanza di uno storytelling a tinte cupe, il tutto servito con un impasto vagamente schizofrenico ma ben miscelato di riferimenti stilistici (hip-hop strattonato folk-soul, pop dalle marezzature jazzy e digitali). Se un catafalco del genere sta in piedi, è merito di una scrittura agile e abbastanza ispirata, tra quadretti melodici bizzarri (Burning Down The House, Restless), guizzi spigolosi (Smash My Head, Lamb And The Wolf) e certe escursioni tra epos e crepuscolo (Slow Down Sun Down, Where Did All The Soldiers Go).

Nel complesso è un buon lavoro, in grado di piazzare un paio di colpi da top ten del repertorio (una Mercy che pesta nel mortaio l’hip-hop e un soul-jazz imbambolato, la malinconia atmosferica – da qualche parte tra la tarda PJ Harvey e i Sigur Rós – della conclusiva Aloha Friday) e soprattutto capace di mettere in mostra una calligrafia ancora piuttosto peculiare. D’altro canto, il disco paga pegno a una strisciante ansia di attualizzazione, come se le Casady  intendessero davvero entrare nelle grazie del ben più vasto pubblico allenato alle inquietudini radiofoniche di una Eilish. Sarebbe del tutto lecito da parte loro: peccato per il sensibile adeguamento a pattern sonori e a strutture compositive che finisce per penalizzare la fragranza delle canzoni, rendendole simili a prodotti più di quanto non siano mai sembrate in un disco delle CocoRosie.

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