Film

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Il Festival di Cannes sembra essere qualcosa di più del classico baraccone pubblicitario saturo di star. Basta guardare i film premiati negli ultimi anni con la Palma d’Oro – premio numero uno della manifestazione – per capire che tra quei titoli si annida un’idea di cinemache ricorre nel tempo e si ripropone nonostante il cambio delle giurie internazionali. L’idea è che il cinema migliore sia quello che scaturisce dal corpo a corpo tra macchina da presa e realtà. Se il cinema non indaga la realtà, se non produce chiarezza su un fatto storico, se non inquadra il presente e i suoi drammi, non è adatto ad un riconoscimento ufficiale – un paradosso per il festival che ha osannatoTarantino e Lynch.Eppure, neanche Tarantino, una volta a capo della giuria, ha fatto diversamente: il suo voto è stato determinate nell’assegnazione del premio aFahrenheit 9/11.

Così 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, vincitore della Palma d’Oro nel 2007,è un film che s’inscrive nel solco del neo-realismo caro al Festival di Cannes. Ed è un film potentissimo, capace in meno di due ore di squadernare un mondo, di riordinare un passato, di svegliare la memoria. 

Secco e forte come un pugno, ti si assesta dentro fin dalle prime battute. Il pugno è la storia di Gabita e Otilia, nella Romania del 1987, ai tempi della dittatura: di Gabita decisa ad abortire e di Otilia che l’aiuta, fino in fondo. A guardare bene, è la storia di un’amicizia senza pari tra due donne che scoprono sul loro corpo, dentro il loro corpo – l’aborto, la violenza dello stupro – il dominio feroce del potere.

Ed il film è spettacolo senza essere spettacolare. Gli orrori della storia sono tenuti fuori campo. La macchina da presa, rigorosamente tenuta a mano, alterna lunghissime inquadrature a calcolatissimi piani sequenza – bellissimo e insostenibile quello della cena. Gli attori sono superlativi, a tal punto mimetizzati dentro il film, che le loro espressioni svelano i sentimenti e marcano un epoca storica. Le musiche sono completamente assenti, ed il controllo quanto l’esplosione della tensione, della suspence, delle emozioni, sono affidate unicamente alla sapienza narrativa della sceneggiatura, che non si sfilaccia mai, ma che prevede al suo interno elementi che di continuo potrebbero riaprire il film verso ulteriori sviluppi (il coltello rubato, il documento d’identità dimenticato in albergo).

Un film necessario, questo di Mungiu: così come nel 2006 era stato importante Proprietà privata di Lafosse, e ancora prima i film dei fratelli Dardenne. Opere tese, asciutte, spoglie, che riportano gli uomini, le loro storie, la materialità della loro vita, dentro il cuore dell’immaginario collettivo. È un buon segno se la realtà, organizzata nella narrazione, ingigantita dalle tecniche di rappresentazione, torna a illuminarci dai bordi di uno schermo. Se il cinema svela cosa siamo o cosa siamo stati, tocca a noi spingere questa consapevolezza nel progetto di un futuro diverso e più giusto e più umano.

14 Ottobre 2007
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