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“Anche la disperazione impone dei doveri e l’infelicità può essere preziosa

Questo il monito che, a circa sei anni dallo scioglimento dei CCCP, caduti insieme al muro di Berlino, si nasconde e si ripete nel libretto che accompagna Linea Gotica: un disco oscuro, meditativo, che mescola le epoche dei conflitti (la guerra mondiale come quella nei Balcani) riuscendo nella difficile impresa di trasformarle in un luogo di riflessione senza spazio né tempo.

Il verbo, il suo peso e il suo fascino – tanto ammaliante quanto sibillino e oscuro – capace di innalzare i popoli come di fargli da alibi per le più crudeli finalità. E’ la parola la vera protagonista di Linea Gotica, unica bussola in un mare sonoro mai così buio: le onde scandite dal basso regolare, semplice e insieme monolitico di Maroccolo, increspate dalle graffianti scariche elettriche a sei corde di Canali (o dal violino, come nel folk dal sapore apocalittico di Cupe vampe, probabilmente vertice massimo del disco), carezzate dalle tastiere di Francesco Magnelli, solcate dall’indispensabile chitarra guida di uno Zamboni mai tanto minimale. Su tutto si staglia, funerea e salmodiante, la voce di Ferretti, che trova nelle armonie di Ginevra Di Marco il suo perfetto contraltare, quasi a gettare una fioca luce in questa notte dell’anima, oscillando tra cruda narrazione e un rinnovato bisogno di spiritualità (L’ora delle tentazioni). È una paradigmatica messa al rogo dei luoghi sacri dell’umano raziocinio che, insieme al sapere, trasforma in cenere le zone più profonde dell’essere umano, rendendo persino i sogni terreno minato, come riflesso di un mondo indecifrabile (Sogni e sintomi). Straniante, in questo contesto, la cover di E ti vengo a cercare (circa tre minuti più lunga dell’originale), dove il crepitio delle chitarre si contrappone ancora una volta alla sacralità delle voci, prima che proprio l’autore – Franco Battiato – faccia il suo ingresso a chiudere i giochi con una leggerezza tanto liberatoria quanto solenne.

 È in questo ipotetico triangolo tra ricerca del divino, cronache di guerra e meraviglia animale – dove il buon senso e la ragione si piegano a puro istinto, unica risorsa quando è l’instabilità a renderci saldi (Esco, Io e Tancredi) – che Sarajevo diventa metafora di una Storia agonizzante, in cui Lindo Ferretti traccia la sua personale strada, riprendendo in parte quell’atmosfera rarefatta e anelante all’assoluto già presente in brani come Madre (CCCP, Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio – Sezione Europa, 1989) e Annarella (Epica Etica Etnica e Pathos, ultimo album dei CCCP, 1990).

Scritto tra il grano maturo della Val d’Orcia e chiuso dai versi di un attualissimo Pier Paolo Pasolini (Irata), Linea Gotica è un tassello unico e irripetibile all’interno della discografia italiana, zenith creativo e vicolo cieco del percorso CCCP/CSI, tanto estremo negli intenti da non poter rappresentare altro che un cortocircuito, un punto di rottura tra ciò che si è stati e ciò che non si potrà più essere: “Non tornerò mai dov’ero già/ non tornerò mai a prima/ mai”.

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