• Apr
    01
    2005

Album

Virgin

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Poco tempo fa, James Murphy ci ha comunicato informalmente che i Daft Punk hanno suonato nella sua abitazione newyorchese al West Village. Neanche quattro anni fa, il leader degli Lcd Soundsystem, da perfetto mitomane, “era lì”, da spettatore qualunque (ma ben informato), quando i francesi suonarono per la prima volta un loro disco a una platea di discotecari. Lo slittamento è sottile, tutto giocato sulle liriche di un paio di brani in un lasso temporale non così esorbitante, eppure quella che sembra una pura speculazione su frasi a effetto (alle quali il DFA ci ha oramai abituato), è già di per sé una significativa chiave di lettura: gli autori di Homework, gli adolescenti che hanno rivoluzionato l’house con Around The World, il duo che ha umanizzato il vocoder assieme agli AIR, l’emblema del famoso “french touch” (quel savoir faire moderno, modernissimo eppure femmineo, giocoso senza perdere eleganza, giovane senza dover dimostrare qualcosa a tutti i costi), è passato a casa di un James Murphy qualsiasi.

Proprio loro, dicono gli invidiosi, finiti in pasto al trentenne bruttarello che ha trascorso gli ultimi ventinove anni a collezionare cd, mix e remix; quello con quella faccia smunta e annoiata, l’everymen da bottiglia di latte al Seven Eleven. E poi, come se non bastasse, quella dedica apocrifa – Daft Punk Is Playing at My House – a base di elettrock per synth doppiati da chitarre (o per chitarre che si mascherano da synth), l’aria di chi può permettersi un sottile sarcasmo, di chi sa che stampigliando un mito su una canzone, ne anticipa inevitabilmente la morte.

L’effetto premonizione del fortunato singolo degli Lcd Soundsystem, è il medesimo che riecheggia nella prefazione del best seller Generation Ecstasy di sua maestà critica Simon Reynolds (prima stampa 1999): scrivere o citare un movimento, avendo sufficienti elementi per congelarlo, darne un’interpretazione, far capire si tratta di un fatto compiuto, significa calare una bara su una buca già scavata.

Poco prima dell’epitaffio reynolds-iano, Thomas Bangalter Guy e Manuel de Homem avevano rifondato l’House (l’ottimo Homework nel 1997), e quattro anni più tardi spaccato critica e pubblico con una sorta di concept-house’n'(melodic)rock rocambolesco (Discovery, 2001); trascorso un periodo altrettanto lungo, che fare con i becchini e i James Murphy alle porte? Prendere una decisione convincente sul da farsi non dev’essere stato facile, eppure la scelta, azzardata ma vincente, di confezionare un lavoro veloce, immediato e a bassa fedeltà ha ricompensato.

Con pochissimi mezzi a disposizione, le dieci canzoni dell’ultima fatica sono state incise in sei settimane, utilizzando un otto tracce e una strumentazione minima (chitarra gibson, drum machine Ludwig Vistalite, roland 808, gong e naturalmente il vocoder che li ha resi famosi, il daftronics DT1000); l’azzardo sembra incosciente quanto calibrato, consapevole che la scrittura ne avrebbe risentito a tutto vantaggio di una ritrovata (e pretesa) freschezza nel nome del pop più Bubble-Bobble matico possibile.

Con i vocalizzi robot ad intonare il ritornello omonimo Human After All, l’effetto temporale s’annulla e i timori s’appianano: il marchio è quello 100% Daft: non solo luccica, ma là dove ha perso in umanità (sbandierata), ha guadagnato in brio. E così stereotipati, cosmetici, vasectomizzati, scheletri rock s’inseriscono con tanta ironia nei tessuti di brani non più homework house, non più elettro-pop… eppure un po’ di tutto ciò, con anche un teletrasporto alle origini (acid)-house: al di qua una manciata di tracce che si prendono gioco dei riff grazie a gargarismi vocoder, ranocchiare di Roland e schematismi chitarristici (Human After All, Robot Rock, Television Rules The Nation, Technologic); al di là, il ritorno prepotente all’analogico attraverso generatori di toni semplici con filtri di risonanza tempo controllati (l’acido solforico a tempo di sincopi Roland 808 di Steam Machine, il remember ’89 dell’altrettanto aggressiva Brainwasher con raddoppio di synth su una cassa dritta e disturbi del theremin).

Tutto fila imperfettamente liscio, naturalmente prevedibile eppur intelligentemente ironico, con Emotion (linee sospese di synth all’insegna della semplicità esecutiva più assoluta), posta a conclusione del disco, a suggellare un finale che non poteva essere migliore.

Forse Human After All è figlio di un’intuizione semplice: l’aver capito che anche l’Acid più acefala ha un cuore umano e che il rock vive anche dentro i circuiti dei robot. Più cinicamente, viene da pensare che i Daft Punk a casa di Murphy si siano intascati qualche cd-r.

1 Marzo 2005
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