• ott
    01
    2013

Album

Den Records

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Se l’espressione “canto tradizionale sardo” vi fa venire in mente i Tenores de Bitti, diciamo che siete vicini ma nello stesso tempo lontanissimi dalle atmosfere create in Nhuk dalla cantante sarda Dalila Kayros. Vicini perché c’è dietro la stessa, forte e marcata impronta di ricerca quasi antropologica in una tradizione che ha fatto della sfera vocale uno dei suoi punti forti; dall’altro, però, l’approccio alla materia musicale della Kayros è molto più affine a dimensioni da area grigia o a sperimentazioni d’area avant, che a panorami che definiremmo “popolari” o patinatamente “world”.

Per dare una idea, potremmo definire la Kayros un incrocio tra Diamanda Galàs e ?Alos, se non fosse che alla lista dei riferimenti dovremmo aggiungere altre stelle del mattino del calibro di Meira Asher e Patrizia Oliva aka Madame P. L’impegnativo quadrilatero, però, non intimorisce affatto questa sperimentatrice/chanteuse dai lunghi capelli corvini: armata di poco o nulla – qualche ammennicolo elettronico, il supporto di Antonio Zitarelli (Neo, Mombu) in sede di composizione e per qualche percussione tradizionale, e quello di Gianluca Becuzzi al mastering –, la Kayros gioca sullo stesso piano dell’esoterismo iconoclasta Galàsiano e della (semi)demonica e altamente poetica visionarietà di ?Alos, con una padronanza della voce che è un perfetto mix di impostazione accademica e ferina autoricerca e un utilizzo dell’elettronica sofferente e viscerale come non lo sentivamo da Spears Into Hooks della Asher.

Vocalizzi d’estrazione colta e gorgoglii elettronici, materico industrial alla primi Einstürzende Neubauten e atmosfere haunted, lente e sinuose ambientazioni notturne (come nel capolavoro sospeso Hacab) sono il terreno – fangoso e ostile – prediletto dalla sarda. Ma è un pezzo come Strix ad essere emblematico dell’onnicomprensivo sistema di valori di Nuhk: convulsioni elettroniche in bassa battuta come un trip-hop ferino e post-atomico e selvaggi vocalizzi da posseduta che si mischiano a fraseggi vocali da “suonare la voce”, tensione sempre sul punto di esplodere, assalti industrial-dance da posseduta e sciamaniche presenze assiepate in una voce sola che sgretola e riassembla la lingua sarda. Sì, perché è il lavorio sulla voce e sul linguaggio attuato dalla Kayros a segnarne l’originalità e a dimostrare quanto forte sia il legame con quella terra antica inscenato da artisti quali il giro Trasponsonic, MSMiroslaw e dalla qui presente Dalila Kayros. Ultima solo in ordine di tempo e autrice, se non si fosse capito, di uno dei dischi più belli, intensi, sofferti, profondi e ricercati di questo 2013.

27 dicembre 2013
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