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8.0

Nell’introduzione di questo anomalo (nel senso più positivo del termine) saggio su David Bowie, i due autori ci tengono a fare chiarezza riguardo a cosa sia e soprattutto a cosa non sia il libro che il lettore si accinge a leggere. Non è una biografia né un saggio accademico, ad esempio. Non è “la cronaca di una specifica fase della carriera bowieiana” né “un compendio di aneddoti e curiosità”. Va da sé che finisce per essere anche tutto questo. Finisce per esserlo, aggiungo, inevitabilmente.

Ma cos’è, insomma? Una sorta di glossario “le cui voci non comprendono – per fare un esempio – i titoli delle canzoni e degli album, bensì i contenuti e i concetti che David Bowie ha usato e rielaborato nella sua carriera artistica”. Una carrellata volutamente disarticolata eppure (e perciò) ben a fuoco di temi che “aiutano a catalogare e interpretare la (sua) produzione e la presenza pubblica”. E ancora, una raccolta ponderata di categorie, keywords, parole-chiave che hanno “il vantaggio di essere delle costellazioni, dei cluster che tengono insieme più stelle di quella galassia; delle isole di significato che galleggiano su quell’arcipelago”.

Dopo quel maledetto gennaio del 2016, quando cioè Bowie ha concluso il suo transito terrestre (cit.), abbiamo la possibilità di tirare le somme riguardo a un corpus definitivo. Indubbiamente è così, tuttavia i conti non tornano: stilare un bilancio è complicato, a momenti sembra perfino impossibile. Si tratta di un problema innanzitutto metodologico: è evidente che il repertorio (musicale e oltre) di Bowie non si può dissezionare, trattare a compartimenti stagni, oppure percorrere ipotizzando uno sviluppo evolutivo lineare. In esso le categorie si divaricano, si sovrappongono, si smentiscono, si riflettono e sciolgono l’una nell’altra, danno l’impressione di non essere affatto definitive ma ancora oggi in fieri, anche se in orbita attorno a un nucleo potente, a suo modo – un modo che potremmo ben dire imperscrutabile – ben definito.

A tal proposito, e comunque, ecco, c’è questo libro. Cinquanta chiavi estrapolate da una mappa che potrebbe prevederne almeno il quadruplo (forse di più, anzi senz’altro molte di più). Ad ogni voce, presentata in ordine rigorosamente non-alfabetico, vengono dedicate tre pagine, cinquemilacinquecento caratteri circa. Una misura quindi che regala agilità alla trattazione, la quale pure si srotola assai densa, ricca di implicazioni, di rivelazioni. In ognuna ti imbatti in sfaccettature che si aprono come brecce, come crepe da cui cohenianamente filtrano raggi luminosi, sintesi, allusioni, connessioni con altre voci, brecce ulteriori, ancora chiavi, e via così. Un incrocio di snodi, un avvitamento di fatti, segni e significati attorno a Bowie-Major TomZiggie StardustAladdin SaneThin White Duke eccetera, le personae che hanno costituito nel tempo un personaggio solido, imprendibile, multidimensionale, il cui volto è plurimo seppure ineffabilmente uno.

Si inizia con “Tempo” e si finisce con “Gioco”, nel mezzo ci sono “Danza”, “Londra”, “Avanguardia”, “Libertà”, “Mostruoso”, “Fantascienza”, “Voce” e via discorrendo. Ogni chiave è un grimaldello che fa scattare più serrature, uno scrutare tenace e paziente che chiama gli autori a confrontarsi su piani interpretativi eterogenei e integrati, dalla musica al teatro, dal cinema alla letteratura, dall’occultismo alla filosofia, dalla scienza alla moda, dalla televisione alla finanza. L’aneddotica, l’analisi del testo, le mutazioni estetiche e sonore, l’esoterico e l’eclatante, le molteplici filiazioni culturali: il risultato è una specie di ritratto pixelato che rivela però caratteristiche frattali, come se nella parzialità del dettaglio si nascondesse la scintilla del tutto, mentre allontanandosene (e girandogli intorno) se ne ricavasse la sensazione di una totalità sfuggente, ma proprio per questo fedele.

Intendo dire che questa non-biografia ti lascia con la sensazione di uno scandaglio assai significativo nella vita e nell’arte (spesso coincidenti oppure indistinguibili) di Bowie, come se il suo approccio non cronologico e per molti versi rapsodico (oppure, come suggeriscono gli stessi autori, “errabondo” e “arbitrario”) rappresentasse il metodo più opportuno, anzi l’unico davvero attendibile, quello cioè che più somiglia alla formidabile natura dell’oggetto indagato, tra i meno rappresentabili mai caduti sulla terra e che qui, proprio perché si fa perno su questa convinzione, viene adeguatamente rappresentato.

Le chiavi di Codice Bowie sono già di per sé una chiave. Il resto sono porte che ci aspettano.

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