Film

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Per chi si fosse sintonizzato con il mondo solo adesso, è utile ricordare che Dan Fogelman è la mente dietro la pluripremiata serie This Is Us (in onda da tre stagioni su NBC) ma anche lo sceneggiatore di commedie di successo come Crazy Stupid Love o di film d’animazione Disney come Cars e Rapunzel; dopo una “gavetta” durata quasi dieci anni, Fogelman ha esordito dietro la macchina da presa nel 2015 con il discreto La canzone della vita – Danny Collins e ritorna al cinema con La vita in un attimo – traduzione discutibile di Life Itself – che è uno di quei progetti usciti dalla Blacklist di storie hollywoodiane mai prodotte e riesumato, molto probabilmente, in seguito al riscontro positivo dello show citato sopra. Storie intrecciate e personaggi uniti dal filo dell’esistenza attraverso diversi piani temporali fanno parte di uno schema rodato che viene riproposto anche stavolta in maniera ancora più aggressiva, finendo per appiattire e svilire ogni riflessione filosofica (anche sbrigativa) sulla vita, i legami, il lutto, etc, etc.

Fedele al modello di storytelling che ha reso This Is Us un modesto ma tutto sommato riuscito esperimento, il film ambisce alle vette di un Babel della ditta Inarritu/Arriaga senza mai toccarne la cima, anzi, non si smuove minimamente dalle sue radici finto-realistiche (?) con il rischio di diventare una soap compressa nell’arco di due ore; la sensazione è di costante disorientamento di fronte a ripetuti colpi di frusta emotivi un po’ troppo violenti e ingiustificati, dove una tragedia si sovrappone alla successiva – incidenti, malattie, suicidi – così spesso che gli eventi iniziano a confondersi e a confondere chi guarda. Alti e bassi, come in un rollercoaster indeciso su quale direzione prendere, La vita in un attimo serve il peggior spettacolo possibile al cinema manipolando il linguaggio televisivo e applicandolo al racconto “breve”.

Forse questo tipo di approccio si addice più ad una narrazione diluita in episodi? Probabilmente è così, perché l’effetto finale sembra goffo e involontariamente comico. Per non parlare della trovata, davvero poco credibile, dei percorsi dei protagonisti che sono guidati da un narratore inaffidabile, dunque inaspettato (come lo è la vita, sostiene Fogelman), a giustificare la totale assenza di un racconto coerente ed equilibrato; e come se non bastasse, questo auto-sabotaggio raggiunge il massimo della sua espressione omaggiando uno dei migliori album di Bob Dylan, Time Out Of Mind (che nel 1997 segnò il ritorno al successo di pubblico e critica dell’artista dopo la crisi degli anni Ottanta) con l’approssimazione di un giovane che legge una frase di “Make You Feel My Love” su un Bacio Perugina e la riporta per farsi bello davanti agli altri. Anche lui presenza “invisibile” di una pellicola sbagliata da qualsiasi punto di vista che speriamo di dimenticare in fretta.

14 Febbraio 2019
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