• dic
    16
    2014

Album

RCA

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Quindici anni di vuoto sono tanti anche per uno che ne ha impiegati quattro ad esordire dalla firma del contratto (con la EMI) e che si è poi concesso un altro lustro di pausa per sfornare il sophomore (attesa ripagata dal caposaldo del neo-soul Voodoo). Questa cura per l’attesa sembra trovare una sorta di sublimazione nel rifiuto totale dei meccanismi promozionali standard. In spregio ad ogni rituale quindi, senza alcun preavviso – ricordando la mossa a sorpresa di Bowie ma anche di Beyoncé (esattamente un anno fa) – esce l’opera terza Black Messiah. Che, diciamolo subito, è un gran disco. Nel quale sembrano essersi esaurita la tensione di avanguardia patinata a favore di una dimensione autorale densa e strutturata, nella quale si sviluppa in profondità ciò che prima ambiva a proporsi come prospettiva futuribile (la sintesi tra istanze soul, errebì e hip-hop, o meglio la persistenza delle forme soul ed errebì ai tempi dell’hip-hop).

D’Angelo oggi intreccia trame fitte di black music come se fidasse nella loro intatta capacità di rappresentare tutto il rappresentabile, senza frenesia né clamore, ma con una presa forte, pastosa, fisica (tutte le incisioni sono avvenute in analogico) sulla realtà. Il neo-soul sembra rinculare verso la permeabilità febbrile e farneticante dei padri del funk-soul, Marvin Gaye e Funkadelic in primis, con la chitarra a segnare i tratti salienti della faccenda. Pennate ruvide, acidule, screziate di inquietudine e dissesto emotivo. Un codice allucinato al quale ci introduce senza indugio la opening Ain’t That Easy, giro di basso dinoccolato e quella voce da ectoplasma di Otis Redding in mezzo a strane apparizioni gospel. Sesso, affermazione di sé, questione razziale, crudeltà, ingiustizia sociale, ancora sesso da altre angolazioni: chi sia il “messia nero” che sta al centro di questi cortometraggi sonori non è chiaro ma è intuibile, una presenza sempre più immanente quanto più le discriminazioni sembrano cambiare abito e linguaggio senza cedere il passo.

Non credo sia un caso che questo disco arrivi come un colpo di pistola nella notte a ridosso dei tragici fatti di Ferguson, Cleveland e Phoenix. In questo senso, 1000 Deaths va dritto al bersaglio come un pugno sul petto: found voices presa dal documentario The Murder of Fred Hampton – membro delle Black Panther ucciso dalla polizia di Chicago nel 1971 – prima che s’inneschi una pulsazione funky motoristica trainata da riff squadrati dalle sospette vocazioni wave. Tutto ciò è comunque solo il dark side di un ventaglio espressivo che fa il giro di tutto il range, senza farsi mancare escursioni languide (il funk jazz dalle venature latine di Betray My Heart, lo struggimento acidulo di Another Life – scritta assieme a Questlove – dove Marvin Gaye sembra sul punto di esalare afrori Bee Gees) e persino giocose (la swingata Sugah Daddy, scritta assieme a Q-Tip e Kendra Foster).

Qui sta la magia (nera) del disco, il residuo voodoo insopprimibile: la capacità di spacciare vibrioni antirazzisti in una grana pop-rock dolciastra (The Charade, non lontana dal Prince di Around The World In A Day) e morbidezze quasi downtempo (il lirismo sornione di Till It’s Done (Tutu)) così come di aggirarsi claudicante e grottesco come un Sam Cooke mesmerizzato Tricky (Prayer) e condurre un relitto blues del Delta fin nelle acque gelide della post-modernità (The Door). A marcare ulteriormente la differenza con l’iper-glamour da classifica à la Pharrell, la scelta di un singolo come Really Love, ibrido flamenco/errebì con raffinatezze orchestrali preziose ma non leziose, il canto un velluto spiegazzato d’inquietudine. Black Messiah è un album che non schiude nuove strade alla black music, ma dimostra quanto ancora non abbia finito di dire ciò che può. Che deve.

21 Dicembre 2014
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