Recensioni

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Tempo di doverosi tributi agli OvO. In semiconcomitanza con l’uscita del nuovo Crocevia – a breve su Load, salvo imprevisti dell’ultim’ora – due distinti progetti rendono il giusto omaggio alla coppia Dorella-Pedrini. Da un lato un singolo, geniale, introverso, carsico campione della musica italiana, Daniele Brusaschetto, che mette fuori la summa di un lavoro pluriennale sull’intero catalogo Ovo. Dall’altro una etichetta-collettivo di agitatori sonori che prendono di mira una singola traccia, Voodoo, dall’ultimo album Miastenia e la ripropongono ognuno secondo la propria sensibilità.

Affinità e divergenze tra le due proposte? Beh, ovviamente ce ne sono, ma di fondo resta il rispetto per un percorso di musica e vita mai così fortemente marcato da integrità e passione. Il lavorio messo in atto da Brusaschetto è avvenuto nel quinquennio 2003-2008 e ruota intorno a tutta la produzione dei due OvO. Un continuo cut-up, taglio e cucito, rimescolamento e sminuzzamento di pezzi, input, stralci e frasi prese da tutti gli album a firma OvO che il nostro Brusa plasma a suo piacimento. Ora come uno sludge sinteticamente catacombale (Lombrichi Dopo La Pioggia), ora come una schizofrenia zorniana in overdrive (Epilessia Secondo Satana), in pesantezze noise-core da primo periodo (Probblema) che si sfaldano in contemporanea sfatta e disidratata (La Cavia Persiana) o in technoidi mutazioni da rave post-industriale (Quanto Vive Un Ragno, Barbarella?). Non un gioco da ragazzi ritrovare i pezzi originali nel marasma remixatorio. Per chi scrive, una nota di pregio. Nel tributo o meglio nell’omaggio messo su dalla congrega che ruota intorno a Matteo Uggeri/Hue, artisti stilisticamente diversi ma emotivamente affini hanno personalmente reso, stravolto, annichilito, deturpato, modificato il pezzo, originariamente per cello, noises, batteria e urla. Esaltando, ognuno secondo la propria inclinazione artistica, questo o quell’elemento. Infilandolo in un buco nero di ambient pestilenziale e nauseabonda (Andrea Marutti) o smembrandolo in chiave concreta (Larsen Lombriki); sviscerandolo dal contesto apocalittico per avvicinarlo alla contemporanea (Mark Hamm) o trasformandolo in una tempesta ritmica a base di beats (Buben); strozzarlo in gola come un singhiozzo (Harshcore) o elevarlo a mantra degli inferi (Amy Denio). Tutti, però, riuscendo a mantenere intatto l’afflato viscerale e disturbante dell’originale, riproposto anch’esso in forma più aggressiva dagli stessi titolari.

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