• mar
    01
    2005

Album

EMI

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Daniele Luttazzi lo conoscete di sicuro, quindi lo amate o lo odiate. Vie di mezzo, difficili. Quasi impossibili. In ogni caso, un fatto mi sembra insindacabile: Luttazzi è uno che, qualora gli sia concesso, non sta fermo un attimo. Quando non fa televisione (suo malgrado) e negli intervalli (teorici) tra un tour teatrale e l’altro, scrive libri (o prefazioni di) e cura rubriche piuttosto saltuarie su periodici altrettanto saltuari o scervellati. Ogni volta è un’eruzione calcolata, un uragano al guinzaglio, genio scomodo incanalato in una capoccia lucidissima, minaccia in attesa di tempi migliori. Il suo è un cinismo chirurgico che sottende una pietà in filigrana, previo un senso civico evidentemente solido e ben articolato. Mai una banalità se non funzionale al ritmo, al tono. Sempre spingersi in avanti, fin dove una battuta – ironica, sarcastica, nonsense, dadaista, surreale – può arrivare, e poi ancora un pezzetto più in là, a costo di stuzzicare i più intoccabili tabù. Che dite, può bastare? Si è capito quanto stimi anzi ammiri l’uomo?

Ecco, immaginatevi cosa ho pensato quando m’è giunta notizia di questo Money For Dope, realizzazione di un progetto cullato per un quarto di secolo, da quando cioé il giovane Daniele, all’epoca leader dei post-wave Ze Endoten Control’s, fu sconvolto dalla morte di un’amica. Correva la fine dei settanta, cadevano ragazzi schiantati da overdose come mosche spiaccicate sui parabrise.
Fu quel dolore la matrice di un pugno di canzoni che negli anni si sono moltiplicate e ramificate, incarnando i cambiamenti privati di un Luttazzi sempre meno musicista e sempre più satiro di prima categoria. Dieci i pezzi – tutti cantati in un inglese piuttosto agile – nel programma di Money For Dope. Nessuna concessione alla satira, meno che mai a quella politica, bensì altrettante stazioni di elaborazione di quel trauma, di quell’angoscia decantata 25 anni. Che ha prodotto questa sorta di musical intenso e sbrigliato, l’emotività mediata da un senso di distacco intellettuale che permette di giocare la carta dell’umorismo gelido, di contrappuntare amarezza e rimpianto con trame sonore vivide capaci di sorprendere e (un po’ anche) sbigottire.

Si prenda il cabaret swingante di Something fantastic (che dissimula in beffarda allegoria i timori per la di lei esperienza “psichica”) o la messinscena tra Broadway, Rocky Horror e Paolo Conte di Guard my tongue (che tra pennate liquide di chitarra e una concitata frizione dei fiati stempera tensione e disarmante malanimo). Oppure le pulsazioni funk rock di I can’t stand it (chitarrina e ottoni soul, piano elettrico e stato d’animo Steely Dan) o l’insidia sorniona dell’iniziale Silence, che col suo strumming sottile, le tastiere al neon vaporizzato e i guizzi smaltati degli ottoni altro non è che il piano inclinato su cui la vicenda prende l’abbrivio. Ecco, questa eterogeneità è assieme il punto forte e il punto debole del disco: se il carosello stilistico vuole essere testimonianza tangibile degli strati di tempo e vita occorsi come diaframmi tra i dolori del giovane Daniele e la loro “digestione” nella maturità, a gioco lungo la compattezza e l’organicità del “concept” – perché di concept si tratta – ne escono sgranate, quasi si trattasse di musicare non tanto quella vicenda ma la sua trasfigurazione lungo la prospettiva “in fieri” dell’autore. L’oggetto della questione rischia spesso di andare fuori fuoco, il contatto perdere la sintonia.

Considerate: una post wave teatrale e asprigna declinata RnB si agita in Make your mother sigh per poi un attimo dopo sciorinare fattezze dixieland in Easy to be fooled. Poco prima, abbiamo udito la mitteleuropea traslocare tutta intera in una rumba febbrile (Vienna). Più avanti, sentiremo il rovello del basso, lo scoppiettio del drumming, gli spigoli abbozzati dal piano (e addolciti dal violoncello) di Doom.
Insomma, Luttazzi pretende un po’ troppo, non tanto dai propri mezzi e possibilità (la band, dieci disparati elementi, si muove con apprezzabile convinzione entro validi spartiti) quanto dalla capacità e disponibilità dell’ascoltatore di stare nel solco, di non perdere contatto col “mood”. Non aiuta in questo il suono, fin troppo patinato, con una spessa pelle da sala d’incisione, evidente nell’eccessivo ricorso al riverbero (soprattutto sulla voce di Daniele – nasale e “in cerca di corpo” come quella di Stan Ridgway – e sulle chitarre) e nell’effetto flou che disinnesca l’urto e la plausibile flagranza degli ottoni. Come dire, manca l’aria a queste creaturine blues-jazz imbalsamate nella gelatina del post wave, nell’ansia ri-creante che fu synth-pop. Non manca il carburante ma il comburente che le incendi.

Di pregevole c’è senz’altro la buona qualità dei pezzi, mai banali né eccessivamente complessi, a tratti strutturalmente coraggiosi, sempre alla luce di una salda competenza che cuce loro addosso il capo e la coda con disarmante scioltezza. Tanto più quando è il momento di tirare le fila della vicenda, prima con la deflagrazione emotiva di Letters on fire (chitarre ringhianti e veemenza di fiati, senso di perdita al culmine, come una febbre scabra, allucinatoria) e infine con la title track, sipario trascinato dal piano e il suo riverbero nel silenzio (riverbero “ricavato”, artificioso, ma efficace in quest’ottica tornata di schianto new wave), poi una chitarra e il violoncello, e la voce a spremersi la contrizione ancora viva, ad affogarcisi dentro.

Un lavoro atipico, certo. Vagamente compiaciuto. Ma convincente. Al punto che inizi ascoltando il disco del comico Daniele Luttazzi e finisci per sentire Money For Dope.

1 Marzo 2005
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