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I credits di uknowhatimsayin¿ sono già un’esplicita dichiarazione di intenti: Q-Tip degli A Tribe Called Quest a produrre il tutto, e poi contributi di JPEGMAFIA, Run the Jewels, Thundercat, Flying Lotyus, Blood Orange e del solito Paul White. Insomma, Danny Brown sembra voler ribadire il suo status intermedio, monadico e personalissimo, da radicale freak degli old-schoolers che contano. Rispetto al precedente e ottimo Atrocity Exhibition siamo meno dalle parti di un ego-trip cocainico e più da quelle di un monologo solista da stand-up comedian – come lui stesso ha in effetti dichiarato – che sbrodola ma non predica, non motteggia ma nemmeno rinuncia a quell’umorismo grottesco che da sempre lo caratterizza. Insomma, Danny è sempre il deviato clown perso in un bagno di crack che tutti conosciamo e amiamo, tra un B-Real e Raekwon. E se le produzioni dell’all star team alle spalle convincono tutte senza se e senza ma, alla fine il protagonista che si prende in pieno l’occhio di bue resta sempre e comunque lui. 

Depressione e ansia, idiosincrasie e paranoie personali, ma anche perversioni più o meno sessuali (vedi il detour di Dirty Laundry), spalmate sui caleidoscopici beat che dicevamo: dal boom bap iniettato di videoludica adrenalina (ci riferiamo sempre a Dirty Laundry) a scorie di soundtrack vintage (Best Life), passando per putrefatti zombie blues (3 Tearz, con il JPEGMAFIA più dritto di sempre alle macchine) e mutanti post-jazz (la conclusiva e splendida Combat). Forse tutto sommato non buca come bucava quando si bucava, ma alla fine in buca ci va sempre. 

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