• Giu
    18
    2013

Album

Thrill Jockey

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Ci sono dischi che nascono e si sviluppano in un contesto preciso, tanto incanalati negli stereotipi che essi incorporano quanto incredibilmente perfetti nel loro intento descrittivo.

The Dusted Sessions degli americani Date Palms è uno di quelli. Marielle Jacobsons (violino, flauto) e Gregg Kowalsy (tastiere) ne sono i principali artefici, mentre Michael Elrod (tanpura), Ben Bracken (basso) e Noah Phillips (chitarra) costituiscono il nuovo e fondamentale trio di supporto. Sette tracce che hanno il compito di trasformare le cuffie in uno strumento di immersione multisensoriale. Le coordinate geografiche del non-luogo sono quelle del Southwest degli USA: il deserto non concede tregua, il sole sembra non calare mai e all’orizzonte prendono forma pseudo allucinazioni dovute al calore. In questo panorama The Dusted Sessions ha un ruolo ingannevole.

L’inganno inteso come effetto placebo di una distorsione audio-visiva che tranquillizza, rilassa e che porta a riappacificarsi con madre natura ma che fa fuggire solo mentalmente dalla “reale” situazione desolante: il caldo, il sole e il deserto sono ancora lì. Un’oasi immaginaria.

Le iniziali suggestioni indiane e spirituali aprono Yuba Source Part I – primo di tre passaggi influenzati da un viaggio lungo il fiume Yuba (Sacramento Valley) – e diventano l’atmosferico tappeto per il commovente violino di Marielle Jacobsons. I paesaggi sonori che scorrono lungo la triade Yuba (Source Part ISource Part II e Reprise) si situano a metà strada tra alcune cose dei Godspeed You! Black Emperor e il masterpiece Laurens Walking della colonna sonora di Straight Story di David Lynch. Lunghi slow-burning meditativi di grande impatto evocativo in una catarsi di psichedelia seventies che sublima in droni cosmici.

In situazioni così drammaticamente arse e aride stonano forse alcuni modernismi (i tastieroni effettati della breve Six Hands To The Light) che non si plasmano perfettamente con il restante set strumentale, decisamente più crudo e asciutto. Altre volte invece riescono a portare varietà e vitalità agli eterni landscape color ambra: in Night Riding the Skyline il basso corposo e distorto, il più unico che raro accompagnamento di batteria (estremamente echizzata) e il lavoro psy sui tasti donano sfumature inedite, meno contemplative rispetto al resto dell’opera e in particolare rispetto alla conclusiva, pressoché ambientale, Exodus Due West.

La prorompente cinematicità di The Dusted Sessions ha due limiti, rintracciabili nell’incostante attrattività all’interno dei 44 minuti di musica e nella sua stessa rigida natura di mood-music. È infatti un disco che riesce a rendere al 100% solo in determinate situazioni, riuscendo comunque a svolgere il proprio compito immersivo anche ad un livello meno trascendente.

9 Luglio 2013
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