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7.8

Lungo il proprio percorso musicale David Bowie creò numerosi personaggi fittizi, veri e propri alter-ego e doppelgänger nati dalla sua fervida immaginazione, affascinanti espressioni degli interessi e delle influenze che egli riusciva a rimasticare in qualcosa di assolutamente originale e irripetibile. Ziggy Stardust non fu il primo tra questi ma certamente si dimostrò quello più sfrontato e scandaloso, aiutando il suo demiurgo a raggiungere le luci della ribalta, tanto velocemente quanto poi egli stesso impiegò a metterlo letteralmente sottoterra. Come una versione alternativa della storia di Frankenstein, ma con happy ending. La galleria delle personalità all’interno della sua lunga parabola artistica si sarebbe dimostrata ben più affollata e solo il tempo avrebbe aiutato a comprendere che almeno all’inizio esse lo aiutavano a mascherare la propria timidezza e ad arginare il timore di una caduta nella schizofrenia.

Per quanto compaia più o meno esplicitamente all’interno del suo canzoniere (se non addirittura nei titoli), ognuna di esse si è sempre rivelata una ricetta perfetta, in quanto sufficientemente sfumata nei dettagli e nei contorni per permettere di riempire, da parte dell’ascoltatore, gli spazi mancanti. Tra queste The Thin White Duke, il sottile Duca Bianco. Senz’altro il suo riflesso più elegante e intrigante, così misterioso e allo stesso tempo sprigionante un’energia magnetica: i lineamenti algidi, l’espressione intensa e disarmante, le vesti  essenziali ma di gran classe. L’appeal di questo homo superior, unito a una magnifica produzione musicale, fu così convincente da divenire e rimanere (anche presso il nostro paese) il soprannome ufficiale del cantante. Perciò materiale più che sufficiente per dedicargli un intero volume.

© Gjisbert Hanekroot

Simöne Gall utilizza dieci capitoli per mettere a fuoco e analizzare sotto tutti i punti di vista uno dei periodi più interessanti di Bowie, non solo sul piano discografico. Una vera e propria anatomia di genesi, sviluppo e vita della versione aristocratica di questo irresistibile dandy. L’autore affronta saggiamente l’argomento sin dall’inizio, senza fretta, ben prima della pubblicazione di Station To Station, manifesto ultimo ed espressione totale del suo protagonista: l’ascesa e caduta di Ziggy, i primi tour internazionali, gli album Diamong Dogs e Young Americans, la discesa negli inferi losangelini, la parentesi cinematografica in New Mexico per The Man Who Fell To Earth di Nicolas Roeg… tutte fasi che già contenevano le fondamentali premesse per la nascita del Duca.

È una appassionante narrazione che cerca di considerare davvero ogni aspetto: musicale, visivo e biografico. Perciò Gall attinge alle interviste dell’epoca, alle testimonianze dei musicisti e produttori presenti durante le registrazioni presso i Cherokee Studios di Los Angeles, senza tralasciare le comparsate televisive, il tour, lo shooting fotografico con Schapiro, gli scandali (‘l’incidente’ mediatico alla rimpatriata presso la Victoria Station, l’arresto per il possesso di marijuana) e ogni aspetto della pubblicazione discografica relativa a quello che si può definire senz’altro uno dei momenti più alti di tutta la carriera bowiana. Interessanti i flashback e i flashforward nella produzione dell’artista, così come i collegamenti di Station to Station con Blackstar (ultimo album e testamento artistico), dimostrando come tra essi – nonostante a separarli vi siano 4 lunghissimi decenni (un’eternità, nella storia della musica rock) – esista una speciale connessione, che va oltre il semplice interesse per gli argomenti esoterici. Aspetto che nei ‘70 venne frettolosamente liquidato come effetto derivativo dall’uso massiccio di droghe. Proprio quello viene invece qui anatomizzato e messo in risalto. L’autore raccoglie anche le ipotesi apparse in anni più recenti sulla Rete, non ultima quella affascinante riguardante la grafica sul retro-copertina dell’album del 1976.

È un peccato come questa pubblicazione non affondi maggiormente la sua analisi in alcuni aspetti, soprattutto visivi, durante le esibizioni dal vivo. Un indugio che avrebbe sicuramente ripagato lo sforzo. L’avvenenza del Duca era tale che qualsiasi fotografo rivolgesse a lui l’obiettivo, otteneva delle favolose istantanee. Questo vale in particolare per Terry O’Neill, Stefan Almers, Philippe Auliac, Gijsbert Hanekroot… ma soprattutto per Andrew Kent. Attraverso i loro scatti probabilmente possiamo rivivere solo un briciolo del trasporto emotivo provato dagli spettatori dell’Isolar Tour (i resoconti sono a dir poco sopra le righe) ma per completezza andrebbero citati almeno un paio di accessori riguardanti il look del Duca: i bianchi guanti e la golden mask, un mistico drappo quest’ultimo che copriva gli occhi del cantante nel momento cruciale dell’esecuzione della title track. Senza contare la parziale auto-svestizione (in stile Iggy Pop) nelle fasi finali delle date più intense. A Gäll va perdonato il fatto che il materiale visivo, audiovisivo e documentaristico dell’epoca è ancora in fase di riscoperta, in parte frammentato sul web, per il resto conservato in qualche cassetto di collezionisti o custodito in archivi più o meno segreti. Si può comunque rimediare affiancando alla lettura di questo libro la consultazione di due fondamentali volumi fotografici: Passenger di Philippe Auliac e Behind The Curtain di Andrew Kent (e magari Bowie di Steve Schapiro, per comprenderne meglio la genesi). Probabilmente potremmo trovare ulteriori collegamenti e scoprire nuovi riferimenti (ad esempio alcune scene del videoclip The Stars (Are Out Tonight) da The Next Day, ma rimane una impresa ardua orientarsi nella magmatica creatività di un artista così particolare, incisivo e allo stesso tempo sfuggente.

© Andrew Kent
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