Live Report

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Eccoli, i due freak. Byrne in bianco d’ordinanza, microfono ad archetto stile convention, poche volte la chitarra in mano. St. Vincent bionda, alla sinistra del palco, alle prese con elettrica e pedali. Lui in formissima nonostante i sessantuno anni, balla e canta per quasi due ore e su un brano suona anche la tromba. Lei inizialmente un po’ tesa, gli sta dietro alla grande ed esce sulla distanza prendendosi alla fine qualche soddisfazione. Com’è noto, il pretesto dell’incontro è Love This Giant, disco a due gradevole ma non eccelso e relativo live in cui Byrne fa Byrne e St. Vincent fa un po’ St. Vincent e un po’ si byrnizza, leggi alla voce balletti (fatti a piccoli passi, effetto robot su nastro trasportatore) e nevrosi chitarristiche.

Si parte con il singolo Who, si arriva a Road to Nowhere, e in mezzo i brani della release cofirmata insieme ai rispettivi repertori cantanti da entrambi. Sul palco una brass band di una decina di elementi, elettronica, batteria e nient’altro. I fiati tengono su egregiamente la baracca mescolando funky, soul e accenni rumoristici, ma partecipano anche alle coreografie, che sono manco a dirlo studiatissime e con due o tre spunti sorprendenti. Come su This Must Be the Place (dedicata a Paolo Sorrentino) quando l’ex testa parlante si avventura in una serie di movimenti a metà tra un Tai Chi stilizzato e Attenti al lupo, oppure su Wild Wild Life, nella quale è la brass band ad alternarsi al microfono con tutto quel che ne consegue a livello di concept ed epopea della normalità.

Byrne fa Strange overtones dall’ultimo con Brian Eno e una enorme Like Humans Do; più in là trasforma I Should Watch TV in un breve pièce di teatro musicale ed è forse l’apice performativo della serata. St. Vincent risponde con Marrow e una Cruel posta coraggiosamente verso la fine, segno che il rapporto è alla pari ed è proprio in questa parità, ovviamente folle e libertaria, che i due sembrano divertirsi parecchio facendo non di meno divertire il pubblico. Il quale alla fine, dopo Road to Nowhere, reclama Psychokiller: bontà di chi ci crede, ma la coppia è da tutt’altra parte come idea di collaborazione e show (no juke-box, sì interazione) e lo dimostra. Ad esempio quando su Northern Lights si sfida a colpi di karate nell’aria con in mezzo un theremin e relativo (godibilissimo) effetto noise-installazione-situazionista proprio a pochi metri dal grande Cavallo blu di Mimmo Palladino che sovrasta ieratico il palco dell’anfiteatro dannunziano. Due freak e un equino. A pensarci bene, la perfetta fotografia di una serata eccezionale.

11 Settembre 2013
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