Recensioni

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Ci sono dischi che inaugurano epoche, e altri che le chiudono. Spesso quelli che invecchiano meglio sono i secondi. Forse dipende dal fatto che la malinconia, lo spleen da chiusura di una fase storica, il senso di rimpianto per quel che poteva essere e non è stato sono sentimenti che dal punto di vista narrativo tengono meglio dell’entusiasmo delle prime volte, anche perché sappiamo come è andata a finire. Il crepuscolo della lunga estate dell’amore californiana è tutto lì, sotto gli occhi di David Crosby sulla copertina del suo primo disco da solo (si fa per dire: se c’è un disco il cui autore era esattamente il contrario di “solo” è proprio questo). Qui, e in Blows Against the Empire, uscito poco prima formalmente a nome Paul Kantner ma nei fatti opera dello stesso collettivo (meglio: comunità) all’opera in If I Could Only Remember My Name.

Il saluto definitivo al sogno hippy, l’utopia meravigliosa e irrealizzabile come tutte le utopie (eppure per un battito di ciglia, un solo brevissimo attimo, quasi reale) salutata in un caso da un’astronave e nell’altro dalla cima del monte Tamalpais alle tre del mattino. Il politico e il privato, che a dispetto del noto adagio di quei tempi non sempre coincidevano. La forza ipnotica e la seducente carica di fascinazione che ancora oggi, a cinquanta anni esatti dall’uscita, riesce a irradiare un disco come If I Could Only… derivano dal suo essere drammaticamente intimo e allo stesso tempo universale. E forse anche dal fatto che si percepisce un ultimo, disperato tentativo di trattenere quel sogno, di fissare il raggio verde prima che il sole tramonti sulla Baia. Ma in fondo che ne sapevano, quelli che suonano qui dentro, quando si ritrovavano alla spicciolata ai Wally Heiders Studio di San Francisco nell’autunno del ’70 per dare una mano al loro comune amico, quello con un carattere impossibile ma a volte con le idee migliori di tutti, e soprattutto con l’erba più buona in tutta la California? Un amico, tra l’altro, in uno stato psicologico pietoso.

Un anno prima la sua fidanzata Christine Hinton era rimasta uccisa in un incidente stradale, e David non si era mai davvero ripreso, passando come un automa in mezzo al tornado che aveva avvolto i CSN&Y in quel 1969-70. Fare un disco poteva essere un’occasione per rimettere assieme i pezzi, o almeno provarci. E quindi eccoli, Jerry Garcia e quasi tutti gli altri Dead, Grace, Paul, Jorma e Jack degli Airplane, David Freiberg dei Quicksilver, Michael Shrieve e Gregg Rolie dalla band di Santana, la divina Joni passata a spargere un po’ di magica polvere vocale in Laughing e poi sparita come una fata. E naturalmente la N e la Y della sigla più famosa al mondo in quel momento (niente Stills, in altre faccende affaccendato). L’apertura dell’album è proprio una collaborazione a tre, Crosby-Nash-Young, il cui tenero idealismo hippy probabilmente sembrava già retrodatato all’epoca.

Everybody sayin’ music is love, sì ok, ma nel ’71 chi ci credeva ancora? Era roba buona da strimpellare all’angolo tra Haight e Ashbury tre anni prima. Eppure nella sua semplicità, nel mix leggermente sfasato tra chitarre e voci, Music Is Love possiede un dolce magnetismo che rimane inscalfito dal tempo. Al diavolo il cinismo: certo che la musica è amore. Nel ’71, oggi e pure domani. E sempre a proposito di CSN&Y, la Cowboy Movie che segue, otto minuti di deliquio chitarristico in cui Garcia giganteggia, è l’unico altro brano che avrebbe potuto stare su Déjà Vù. Ricorda parecchio Almost Cut My Hair, anche se forse il termine di paragone più adeguato è Down By The River di Neil. Sotto i foulard della banda western di cui si racconta nel testo non è peraltro difficile scorgere proprio “quei” quattro, e per coloro che amano i trivia da mitologia rock’n’roll va detto che la “indian girl” che poi alla fine si rivela essere “la legge” nella realtà era Rita Coolidge, contesa tra Stills e Nash.

Diradatasi la polvere dei cavalli e chiuso il siparietto alla Peckinpah, comincia con Tamalpais High (At About 3) il corpo centrale del disco, che nella testa di chi scrive è sempre stato un unico flusso spezzato in cinque brani che hanno i contorni sfumati del sogno. Una dimensione onirica in cui permangono ancora vaghi elementi di concretezza e agganci con la realtà (i riferimenti politici di What Are Their Names) annegati tuttavia in una foschia nella quale niente è ciò che sembra, e quello che pare un lampo di speranza nella notte e nell’oscurità è solo il riflesso di un’ombra. Nel testo di Laughing sembra davvero che l’autore si abbandoni al dolore, il punto di rottura è dichiarato, eppure anche se le parole dicono che non c’è catarsi possibile la musica con uno scatto di reni commovente prova a trainare lui, noi che ascoltiamo, chiunque abbia perso qualcuno o qualcosa, verso la luce. Difficile riuscire a descrivere la meraviglia di una canzone così. È il momento più alto del disco e forse di tutto il cantautorato di quella stagione irripetibile. La lap steel di Garcia che punteggia con squarci abbaglianti il fluire del brano, le voci di David e della Mitchell che cantano intrecciate “in the sun” nel finale, sono il testamento definitivo di una West Coast che sta per sprofondare nell’oceano.

Quasi allo stesso inarrivabile altezza vola anche Traction in the Rain, miracolo di sobrietà con solo la voce e la chitarra di Crosby e l’autoharp di Laura Allen. Poi c’è l’afasia di Tamalpais High e di Song With No Words (Trees With No Leaves), perché a volte l’ineffabile non si può esprimere a parole e si può riflettere sulla bellezza della natura e sul tempo che non sanerà mai le ferite con vocalizzi scat, onomatopee e impasti corali che aggirano la logica e portano in altre dimensioni della percezione. Non era questa la meta finale della rivoluzione psichedelica? Ma Crosby spinge il confine ancora più in là, con gli ultimi due brani del disco.

Orleans, rifacimento di un canto tradizionale francese, e I’d Swear There Was Somebody Here, con la voce del musicista sovraincisa più volte, stanno da qualche parte tra il canto gregoriano, l’om induista e il misticismo occidentale. Inconsapevolmente, certo, e proprio qui sta la magia. La voce è puro suono scorporato, e per contrasto la presenza di chi non c’era più (Christine) diventa invece tangibile. Ed è così che svanisce il sogno di quella stagione, con sillabe pronunciate a fior di labbra e moltiplicate all’infinito come cerchi nell’acqua. Un’intuizione bellissima. Oltre quello non si poteva andare, e nessuno meglio di Crosby lo sa. Ci avrebbe messo diciotto anni malvissuti per fare un altro disco, che nel titolo proclamava (in risposta a questo) Oh Yes I Can. Ovviamente non era vero, e quell’ottimismo posticcio fine anni ’80 sembra oggi molto più datato di questo incantesimo lanciato mezzo secolo fa.

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