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David Gordon Green è da sempre un regista un po’ insolito calato perfettamente nell’ambiente hollywoodiano da cui opera ormai da ben diciotto anni. Insolito perché il suo stile di regia non sempre è immediatamente riconoscibile, ma spesso e volentieri è dettato dalle esigenze dei film a cui ha lavorato. Figura cardine del cinema indipendente dei primi anni Duemila, Green ha esordito nel lungometraggio con una vera e propria perla, George Washington, dimostrando fin da subito una sensibilità per le lande più estreme e delicate di un’America dimenticata dalle luci dei riflettori; della stessa caratura erano All the Real Girls e Undertow, anche se con risultati non all’altezza dell’esordio. Nel 2008 avviene il colpo di scena, ovvero la regia di Strafumati, commedia demenziale con la coppia Seth Rogen/James Franco che manteneva sì quella giocosità narrativa, ma la spostava sensibilmente in territori molto più scanzonati. Con Sua Maestà e Lo spaventapassere rimaneva sullo stesso campo da gioco accusando un’inevitabile stanchezza di fondo, sia per la messa in scena che per l’intreccio decisamente svogliato e privo di mordente. Prince Avalanche (remake di un film islandese) fu il vero ritorno di Green alla sua terra d’origine e l’occasione per costruire un discorso sul Texas e le sue idiosincrasie che sarebbero poi culminate in Joe (con un magnifico e crepuscolare Nicolas Cage).

Dopo altri due inciampi di rilievo (Manglehorn con Al Pacino e All’ultimo voto con Sandra Bullock), il regista torna con Stronger – Io sono più forte, un biopic facile e immediato che racconta le conseguenze dell’attentato alla Maratona di Boston del 2013, con la parabola del giovane Jeff Bauman, sopravvissuto alla tragedia ma privato delle sue gambe. Se da un lato la prova di Jake Gyllenhaal nella parte del protagonista risulta potente e in grado di fagocitare tutto il resto attorno a sé (gli tiene testa solo la sboccata Miranda Richardson), dall’altro è proprio la regia di Green a scivolare eccessivamente nel pietoso, nel ricatto verso uno spettatore bombardato di immagini strazianti sì, ma oltremodo ridondanti e non necessarie, che in più hanno l’aggravante di non incidere mai sulla psicologia del personaggio.

Il patriottismo insito in prodotti di questo genere (si pensi al coevo Boston – Caccia all’uomo di Peter Berg sul medesimo argomento) appare forzato e innaturale, quando non proprio servito su un piatto d’argento, mentre le riflessioni sul coinvolgimento bellico degli Stati Uniti in Medio Oriente sembrano vittime delle stesse superficialità riscontrabili nelle fasce più ignoranti della popolazione (in questo caso se Boston ne esce con le ossa rotte, è colpa più degli stereotipi che di un approfondimento sottile). Stronger prende il titolo proprio dal memoriale dello stesso Bauman nell’aprile del 2014 e, pur non essendo una agiografia completa – i lati oscuri del protagonista sono ben evidenziati, soprattutto grazie al rapporto con la compagna – è vittima di quella reverenza obbligata verso il cosiddetto “eroe americano”, quello osannato dai media e dalle masse. Non si ha quasi mai la sensazione che Green sia interessato a un quadro esaustivo di cosa sia l’America oggi, vista attraverso gli occhi di chi è caduto vittima dei suoi stessi giochi sporchi (la vendetta del Medio Oriente ha radici americane lontanissime).

Pur essendo stato apprezzato dalla critica d’oltreoceano, il film si è rivelato un pesante flop al botteghino, riuscendo a racimolare solamente 7.9 milioni di dollari a fronte dei 30 milioni spesi (senza considerare le cifre del marketing). La speranza è quella di vedere un David Gordon Green rinvigorito dalla partnership con la Blumhouse per il nuovo sequel di Halloween, atteso per il prossimo ottobre.

5 Luglio 2018
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